Alik Cavaliere - Lo studio
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Pochi mesi, un anno e tutto era tornato normale nell'Accademia chiusa ai non iscritti, agli "estranei", mentre il quartiere si andava svuotando dagli ospiti più rumorosi e ormai indesiderati, sia pure in un lento stillicidio protrattosi anni, in una Milano tesa a ripristinare il suo primato statistico-imprenditoriale, chiusa a ogni stimolo che avesse sentore di aborrito "culturame". Per quelli tra noi che uscivano dalla guerra, coinvolti e sconvolti, con l'ansia di vivere, di difendere la pace - una pace che rappresentava la realizzazione di un mondo migliore per una diversa qualità della vita - il futuro sembrava si dovesse e potesse gestire in comune, per realizzare insieme progetti, idee, ricerche, lavoro, desideri, bisogni. Quindi, quasi naturalmente, i miei primi studi furono divisi con amici, compagni di viaggio. Forse in questa aspirazione al fare collettivo ho insistito più di altri che, prima ancora di cominciare, si gestivano già da pratici professionisti.(Mi sento, comunque, a quarant'anni di distanza di affermare che la necessità di lavorare in spazi comuni non era dettata solo da cause esterne, come la mancanza di locali idonei per le distruzioni operate dai bombardamenti o le ristrettezze economiche del dopoguerra e degli anni giovanili). |
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