Lo studiolo a Brera: estate del 1946
Manzù aveva dovuto cedere il proprio studio all'interno
dell'Accademia, situato nell'ex scuola di Marini perché lo spazio
cominciava a mancare; Marini era tornato dalla Svizzera e si prospettava
il rientro dell'epurato Messina; il numero degli allievi - tra nuovi
iscritti e rientrati dalla guerra desiderosi di concludere gli studi
- era notevolmente aumentato. Carpi, direttore, aveva assegnato a Manzù
solo un piccolo localino ricavato da un transennamento tra colonne,
nella ex chiesa Braidense adibita a scuola serale, che Manzù
non aveva mai usato (non ne aveva bisogno e non l'avrebbe comunque mai
fatto ritenendolo poco dignitoso. E così lo prestò a Chighine
e a me per tutta l'estate. Lo spazio era minimo - 15/20 mq - ma dotato
di una ampia finestra che dava su un cortiletto stretto e lungo; inoltre
potevamo anche debordare nello spazio circostante, essendo la serale
chiusa per ferie.Fu un'estate lunga, più lunga delle altre che
ricordo, e per noi di intenso lavoro.
Lavoravo alla grande statua di un giovane nudo, armato di un grande
tridente rovesciato con delle anitre o altri volatili di simili dimensioni,
con le ali aperte, addossate le une alle altre, infilzate, trapassate
dal ferro del giovane cacciatore. Franco Francese veniva regolarmente
a trovarci dalla campagna e con caustica acutezza metteva sempre in
discussione ogni nostro segno: le sue critiche particolarmente taglienti
mi indussero gradualmente a eliminare le bestie, semplificando il racconto
e scarnificando il personaggio, fino a quando la statua non assunse
l'aspetto di una figura ieratica, appoggiata al bastone, ché
tale era diventato il tridente. Ho esposto poi la scultura a Varese
nel 1949, alla grande mostra all'aperto nel parco di Villa Mirabello,
e ricordo che il braccio della statua privato del peso del pollame assumeva
un suo proprio equilibrio, ... quasi provocatorio. Una scultura che
avrei rivisto con curiosità, ma l'ho persa - grazie all'intervento
distruttivo, programmato di un certo signor Boselli.
Nel maggio dell'anno seguente (1947), con Chighine e Sangregorio decidevamo
di prendere uno studio... vero.

Alfredo Chighine e Alik Cavaliere
nello studiolo di Brera
Distruzioni, superaffollamento, prezzi eccessivi ci spingevano a cercare
sempre più in periferia... fino ai boschetti di Trenno. In una
villetta abitata da gente modesta, in aperta campagna, dietro le scuderie
del trotto, era libera una grande stanza luminosa, con le finestre su
un giardinetto e una piccola aiuola con una magnolia fiorita nel centro.
Un affitto, per fortuna modesto, di tre mesi anticipati. Chighine -
che non aveva una lira - insisteva per concludere e, vinta la nostra
resistenza, con Giancarlo decidemmo di versare la somma pattuita. Chighine
tornando in città giustificava il dubbio affare e tentava di
dissipare la nostra perplessità sulla accessibilità del
luogo con un unico argomento che riteneva decisivo: "Avete visto cosa
erano i piedini nudi del bambino nel prato: un ricordo da non perdere!''
Teoricamente potevamo percorrere i 30 Km. giornalieri in bicicletta,
ma Chighine non poteva pedalare e noi per solidarietà optammo
per il pulmann che effettuava una sola corsa al giorno. E tra un ritardo,
un equivoco, uno sciopero o altri accidenti, nei tre mesi seguenti non
siamo mai riusciti a raggiungere lo studio.