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da una quotidiana, amorosa ripetizione possono trasformarsi
inconsapevolmente, divenire automatici, trascinandolo verso una forma
di pigrizia che deposita una sottile, impalpabile polvere sulle cose e
sulle idee... Una finestra aperta all'improvviso, una visita, un'occasione
per uscire con il proprio lavoro sottraendolo al consueto, esponendolo
al confronto, all'impatto con il pubblico, possono consentire all'impigrito
"artefice" di vedere se stesso in una diversa angolazione, in ben altra
prospettiva. La circolazione delle opere, il dibattito, la messa in discussione
dell'operato sono momenti preziosi, indispensabili per ogni ricerca o
produzione artistica.
Certo, non sempre le visite nello studio sono stimolanti. Mi raccontava
Marini: "Marco Valsecchi venne a visitare il mio studio e mentre guardava
i lavori le sculture divenivano grige, sorde e io stesso le vedevo come
non mie, estranee, mute, ostili...". Ho provato la medesima impressione
in più occasioni, ma anche ho avuto la gioia di vedere con altri
occhi, di leggere attraverso altre parole il mio lavoro. Questo piccolo
miracolo si è ripetuto tutte le volte che un amico o un estraneo
attento, pur rispettoso di uno spazio privato dove si trovava "ospite",
si è lasciato andare dilatando la propria curiosità e l'interesse,
entrando nel "gioco" della scoperta di qualcosa di veramente più
intimo e sottile (sempre presente, sapendolo cogliere, in ogni studio).
E quante volte le immagini scattate da un fotografo sensibile ci rivelano
uno spazio diverso e divengono specchio rivelatore...
Ho passato nello studio una gran parte della mia vita e credo di aver
sempre ristrutturato i vari luoghi vissuti nel mio itinerario in base
a un ipotetico desiderato modello dove potermi ritrovave e perdere, poter
entrare e uscire - in ogni senso - e dove sono rimasto anche imprigionato,
costretto poi a evadere, a fuggire in cerca di altri approdi...
Ora, come nei più classici e tradizionali racconti di viaggio,
riparto dall'inizio.
L'Accademia di Brera è stata, negli anni nei quali l'ho frequentata,
un grande studio collettivo. Molti fattori avevano contribuito a rendere
a Milano possibile una simile situazione, impensabile in altre accademie.
Durante gli ultimi anni di guerra, quando più accaniti e continui
divennero i rastrellamenti repressivi, Brera era un miraggio, un'oasi,
un sia pur fragile rifugio, presidiato dal colonnello della milizia fascista
Achille Furzi che difendeva la "sua" accademia come una fortificata cittadella
ideale di un'arte "classica", ormai follemente fuori da ogni tempo reale
e, quindi, anche dai conati repressivi dello stesso fascismo agonizzante.
I pochi insegnanti superstiti, gli ex allievi, i giovani studenti, anche
non regolarmente iscritti, si stipavano tutti in un'unica grande aula/studio,
permanentemente disponibile...
Finita la guerra il dirompente, frenetico, gioioso ritorno alla vita e
al lavoro nella conquistata libertà riprendeva intorno alla stessa
aula, in una continuità di uso tra pubblico e privato dilatato
oltre l'apprendimento scolastico. Le nostre illusioni erano il cemento
nuovo per un lavoro elaborato, fatto in comune, fino alla velleità
del collettivo, dell'eseguito a più mani, alla solidarietà
di gruppo spesso anche economica. (Eravamo arroccati nell'isola Brera
oltre gli stretti spazi e tempi consentiti dall'imposto bum-bum ricostruttivo
in atto). Ferveva il lavoro in un'incoerente ricerca, aperta, totale,
ma vulnerabile, nella quale si inserivano scrittori, poeti, attori, cineasti,
cantastorie e giocolieri di ogni età e condizione che ruotavano
intorno alla nostra accademia/studio in un susseguirsi di presenze stimolanti,
di scontri verbali su qualsiasi argomento fino alla rissa. Un'operatività
congestionata, caotica, vanamente, disperatamente aggressiva in un clima
generale refrattario e ostile.
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