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STEFANO BIANCHI CARINI - fotografie
“ISOLARIO OVVERO VIAGGIO IN UTOPIA”


NOTE BIOGRAFICHE

STEFANO BIANCHI CARINI è nato a Firenze nel 1953, ma vive e lavora a Verona. E' del padre l'idea di iniziarlo alla fotografia con un semplice regalo, una Kodak Instamatic, ed è sempre al padre che deve nel 1972 un indimenticabile soggiorno in Giappone dove realizzerà il suo primo reportage di viaggio. Successivi viaggi in Europa e naturalmente in Italia portano il fotografo a "fermare" autentici spaccati di vita quotidiana. Dal reportage di viaggio ai ritratti, dai paesaggi al nudo, tutto passa tramite la sensibilità dell'autore. Da sempre ha scelto di vivere da solo l'esperienza della camera oscura, condividendo solo per amicizia con Mario Mulas un'attenta critica del proprio lavoro. Ha pubblicato "Gli altri miei quaranta" per le Edizioni Carini Photoimage, Verona e “Orizzonti” per le Edizioni Il Fotografo - Sprea Editore, mentre sue foto sono apparse sui principali quotidiani nazionali e riviste specializzate italiane. Dal 1993 ha iniziato anche a presentare suoi lavori al pubblico con personali e partecipazioni a rassegne e collettive tra le quali ricordiamo: 1993, Galerie Arts Nouveaux, Verona; 1994, Forum FNAC, Nizza e Hotel Carlton Intercontinental, Cannes (Francia); galleria Bedoli, Viadana (Mantova); Studio D'Ars, Milano; Syndicat d'Initiative, St. Florent (Corsica) e rassegna "Al di là del visibile" Galleria Katariina Helsinki (Finlandia); 1995 "Beyond the visible" La Scuola New York Guglielmo Marconi, New York, de Bellis Collection, San Francisco e Katariina Gallery Helsinki; 1996 Istituto Italiano di Cultura, Vienna, 2017 “Verona dove vai - Verona dove sei”, Gran Guardia, Verona, 2018/2019 “Orizzonti”, Photo Square, aerostazione Milano-Malpensa.




TESTI CRITICI

La personalità di Stefano Bianchi Carini fotografo struttura, con ampia libertà d'azione, la sua produzione di immagini. Una misura armonica e vettoriale, individuabile in lui secondo direzioni opposte, che correla intuizione e percezione di un personale in-essere facendo, del colloquio con l'altro da sé, sempre e comunque una riflessione sul proprio esistere. Verso l'interno, intimista, e verso l'esterno, più sensoriale ma pur sempre meditativa. Di qui la scelta, non solo dei soggetti ma anche dell'inquadratura e della tecnica fotografica. La consuetudine, nell'uso della macchina, mostra come Stefano Bianchi privilegi una esposizione, caratterizzata dalla massima chiusura del diaframma e l'impostazione di tempi lunghi, alla ricerca di una maggiore definizione e profondità di campo. Se inoltre osserviamo come scelga prevalentemente, o di preferenza, carte ad alto contrasto e pellicole fotografiche di bassa sensibilità nel voler inseguire un sempre più accentuato nitore chiaroscurale dei segni e delle ombre, ne emerge un comun denominatore, una necessità fondamentale che assurge a carattere espressivo. La sospensione temporale e la cristallizzazione spaziale quasi ossessionano Stefano Bianchi che le ricerca in sé o le rappresenta nelle fotografie. Per tramite di un inconscio quanto meditato processo di metaforizzazione per immagini, ogni evento, osservato o vissuto, matura e si fissa nell' "istante" del fotogramma. Così avviene nel processo chimico di impressionamento di carte e pellicole ma così... di pari passo, procede in lui la memoria generando una "sincronicità" fra eventi in realtà reciprocamente distanti, sintomo ed effetto di una simultaneità vissuta al limite dell'immaginazione. Stefano Bianchi, come lui stesso afferma, reca sempre con sé almeno una piccola macchina fotografica facendone propria protesi organica e in onore del simpatico voyeurismo da lui dichiarato, potremmo definirlo "portatore di fotocamera". Incontrandolo si apprezza la sua immediatezza epressiva, cordialmente colloquiale e ottima controparte "in atto" della sua necessità, in arte, ad inserire la corporeità della propria visione-identità nel vuoto esistenziale; marcando la vacuità, affermando-negando un paradossale coincidere di presenza-assenza. Con tutta la sonorità del silenzio, immagini quasi metalliche, dai neri profondi popolano le sue visioni reali e permangono sospese subliminalmente. Più di cinquantamila scatti, un bottino ragguardevole, costituiscono per Stefano Bianchi i "ricordi di viaggio" maturati lungo un percorso temporale circolare, privo di inizio e di conclusione, provvisto di destinazione altrettanto indefinibile. Il nostro esploratore si dirige costantemente verso un altrove fatto di terre lontane e utopie casalinghe, volutamente e reciprocamente fungibili nell'invenzione del racconto. L'irrequieto desiderio del viaggiare e del vedere, si placa ora nell'autenticamente lontano, ora nell'esotico del giardino domestico, senza soluzione di continuità. Nella negazione della diacronicità, ogni immagine si fa ricettacolo onirico di profondi turbamenti, ora esasperatamente meditativi, ora carichi di voluttà inaccessibile pur nell'evidenza carnale dell'oggetto. Il filo rosso della memoria si impossessa dello spazio che si piega su se stesso mentre il tempo si contrae all'interno dell'istante; nelle reveries di Stefano Bianchi la dolcezza pervade la visione di potenzialità mentre la nostalgia ne traccia i confini. 

Michele Caldarelli



Le immagini di Stefano Bianchi Carini rappresentano e riconducono all'esperienza personale, sentimentale e direi "intima" dell'artista. Egli è infatti un fotografo "soggettivo", secondo il noto termine coniato da Otto Steinert alla metà degli anni '50, che riconobbe, appunto, nell'esperienza individuale e dunque emotiva la componente fondamentale del moderno linguaggio fotografico. A differenza delle precedenti tendenze la "soggettività" privilegia l'abilità creativa dell'autore che, istituendo un rapporto mediato con la realtà ne modifica e ne interpreta gli aspetti. In relazione a ciò, le foto di Bianchi appaiono come i frammenti di una vita scandita dal susseguirsi degli attimi e dalla presenza di coloro che, protagonisti o comprimari, ne hanno condiviso le sorti. L'occhio osserva, "blocca" con perizia tecnica le vicende più significative e pertanto simboliche, accadute nell'arco della esistenza intesa anche quale somma consequenziale degli eventi: "Gli altri miei quaranta" è infatti l'emblematico titolo del libro che raccoglie circa cento fotogrammi scelti fra migliaia. La ricerca di Stefano Bianchi non si esaurisce in una sorta di contemplazione del mondo circostante, tradotta con elegante precisione sulla carta, bensì si fonda sulla connessione tra "segno" fotografico e la sua capacità di farsi immagine. Ciò implica oltre ad una naturale padronanza del "mezzo" (la camera) la conoscenza delle forme espressive che attraverso di esso si attuano. "Per me l'apparecchio fotografico--ha affermato Henri Cartier-Bresson--è un quaderno di schizzi, lo strumento dell'intuizione e della spontaneità, il padrone dell'attimo che interroga e decide insieme". E quell'attimo per il grande maestro poteva trasformarsi in verità, testimonianza diretta della storia dell'uomo, indagata anche negli aspetti più crudi. Verosimilmente per Stefano Bianchi la fotografia si basa sulla immediatezza della sensazione irripetibile, senza oltrepassare i confini dell'Io, senza implicare cioè la dimensione documentaria e del reportage. Infatti le sue foto (come si presentano nel libro) non seguono un criterio tematico ed organizzativo, "raccontano" semplicemente e senza premeditazione (come potrebbe essere altrimenti!) i fatti quotidiani investiti di straordinarietà nel magico spazio dell'ombra e della luce, ove aleggia al di là del visibile, un'inquietante sospensione. Appaiono i luoghi dell'anima riconoscibili in una geografia spirituale, la cui segreta bellezza solo lo "scatto" sa cogliere. Sebbene non sia un professionista Stefano Bianchi non conosce nemmeno il puro diletto, è piuttosto un artista-fotografo, per le qualità di "disegnatore in pectore" che in lui si scorgono, esercitate dal gusto, dalla sensibilità innata e dalla conoscenza più o meno indiretta della storia dell'arte. Senza ricorrere ad una mera classificazione di generi, non sarà difficile individuare nei cieli bassi e foschi dei numerosi paesaggi certe allusioni al vedutismo romantico, oppure nei ritratti femminili elementi rinascimentali. Balzano agli occhi improvvisi "tagli" surreali da "quadro nel quadro" ed alcune "messe a fuoco" di particolari naturalistici risolte in composizioni astrattizzanti, che annullano ogni verismo inventando una nuova realtà. Grafismo e plasticità giocano ruoli scambievoli negli immobili primi piani di spiagge deserte, di rocce possenti, di architetture isolate, solcate da ombre che si proiettano come intarsi geometrici nello spazio della memoria. Negli interni domestici accarezzati dalla penombra raffinate "still life" emergono in bagliori argentei, così come i corpi nudi abbandonati alla dolcezza dell'eros. La luce delinea sui volti familiari la serenità della consuetudine e, con la stessa intensità, coglie l'accidentalità di un incontro, la fissità di una posa, e lascia allo sguardo un'indelebile traccia di sé: ciò che le parole non possono dire.
Susanna Misiano



Quando, mesi or sono, Stefano Bianchi Carini mi chiese se fosse possibile ricavare un libro fotografico dal suo ricco archivio di immagini, affidandomi per intero la scelta e la stampa dei negativi, lo guardai con aria molto sorpresa, pensando fosse scattata in lui una certa presunzione, che non gli conoscevo abituale. Fare un libro fotografico oggi, in presenza di copiose riproduzioni di immagini dei grandi maestri, è autentica follia, pensai seriamente. Ma la cosa che mi lasciò del tutto perplesso fu la sua richiesta di inserire nel libro un centinaio di immagini. L' impresa diveniva ancora più ardua. Cento immagini, che debbono ovviamente avere una costante forza espressiva, non sono facili da reperire nemmeno nelI'archivio di un buon professionista. Conosco da parecchi anni Bianchi, presentatomi da un comune amico che con molta insistenza mi aveva parlato di questo suo grande amore, coltivato da anni, per la fotografia e avevo avuto già modo di notare nelle sue immagini una forte creatività, più istintiva che premeditata, tipica del dilettante di valore. E fù così che, con molte riserve, accettai la proposta e mi trovai sommerso dai contenitori che prontamente mi scaricò in studio. La ricerca durò interi tre giorni e non posso dire sia stata cosa facile, anche perché nella scelta dovevo necessariamente trovare una continuità logica, un legame comune di sensazioni ed emozioni tale da non scadere nella retorica. Procedendo via via nella scelta, però, balzava chiarissimo il legame che ricercavo: una profonda dolcissima solitudine, vista con grande professionalità tecnica, non un solo negativo sfuocato o mosso involontariamente, e con un ottimo senso grafico e dello spazio. Immagini che fanno pensare e riflettere: alcune delle quali, a mia sensazione, ricordano vagamente artisti dell'iperrealismo degli anni settanta. Alla fine del lavoro debbo quindi convenire che Bianchi aveva ragione, senza grande fatica siamo riusciti ad esaudire il suo desiderio. Ed è stata anche per me, che faccio il professionista da più di trentanni, una piacevole esperienza che per 1' ennesima volta mi ha confermato nella convinzione che il termine "dilettante" debba essere usato con parsimonia e rispetto.
Mario Mulas


In un articolo degli anni Cinquanta, Harold Lewis, critico e profondo conoscitore della scena fotografica italiana del dopoguerra, prova a spiegare non senza una vena di stupore che cosa distingue la fotografia in Italia quando questa viene fatta da chi viene in Italia come turista e quando invece viene fatta da chi in Italia ci vive: “Ed ecco un’autentica stranezza – scrive Lewis –: mentre i fotoamatori negli altri Paesi studiano le opere di Michelangelo per assimilarne le idee compositive, gli Italiani non hanno il benché minimo desiderio di far niente di simile. Non ci pensano neppure. Come non pensano di riprendere la loro architettura classica per fare delle immagini pittoriche. […] Trovare con l’obiettivo poesia alla fermata dell’autobus pare loro assolutamente naturale”1. Stefano Bianchi, che la fotografia la pratica da molti anni e dalla prospettiva interna di chi la sua terra la conosce bene, conferma in un certo senso le parole del critico andando in cerca della poesia in un lungo tratto di costa che da Rimini giunge fino Siponto, passando per tutte le fermate, non dell’autobus come scrive Lewis, ma del treno. È un tratto costiero che Bianchi negli anni ha percorso più e più volte, da nord a sud e ritorno, e che quindi ha imparato col tempo a conoscere e a riconoscere.
In uno di questi suoi lunghi viaggi ha un giorno un’illuminazione, prende in mano la macchina fotografica, si apposta al finestrino del treno e inizia a scattare una lunga sequenza di immagini. Inizia così il primo di numerosi tentativi per cercare di vedere meglio quello che ha intuito. In un primo momento scatta una fotografia ogni volta che il treno si ferma a una stazione, raccogliendo così una mappa visiva grazie alla quale visitiamo i luoghi attraverso i cartelli che recano i loro nomi. Ma tornato a casa e viste le immagini con il distacco temporale necessario, capisce che non è quello che cercava e si rimette in pista. Questa volta però si concentra sul fatto di essere sul treno e che è dal finestrino che, come uno schermo del cinema, vede scorrere il paesaggio come fosse un lungo filmato. Affascinato da questo spazio che sembra ricrearsi all’interno del vagone, fotografa quella che diventa ora la sala cinematografica in cui viene proiettato il film: il vagone, i sedili, i passeggeri che cambiano e, sullo sfondo, il paesaggio che muta. Tuttavia, si accorge che ancora non ha colto quello che gli aveva fatto prendere d’istinto in mano la macchina fotografica la prima volta. Nella speranza di scoprire cosa lo rende insoddisfatto fa un terzo e ultimo tentativo. Di nuovo sul treno, si avvicina al finestrino fino quasi a toccare il vetro con la macchina fotografica. Con la coda dell’occhio guarda il paesaggio che scorre velocemente da destra a sinistra e inizia così a scattare, senza riflettere troppo su quando è il momento giusto per farlo, ma seguendo un istintuale ritmo interiore che dà vita a una lunga, lunghissima serie di fotografie. Rispetto ai tentativi precedenti, ora l’attenzione ora è tutta dedicata al paesaggio che scorre fuori dal finestrino e alle minime variazioni che accompagnano lo sguardo in una lenta e graduale trasformazione. Il risultato è la ricostruzione di un lungo orizzonte che non diventa però mai linea geometrica o espediente formale. Al contrario, lo spazio fotografato è materia viva, che respira e in quanto tale si ritrovano le tracce fedeli di sbavature dovute alla velocità, ai sussulti del treno, del terreno irregolare che ogni tanto sale e ogni tanto scende. Si compone così, passo dopo passo, la sezione di un atlante che ci immaginiamo mappare l’Italia e di cui qui troviamo un lungo tratto che ci racconta buona parte della costa adriatica. È uno studio del paesaggio che nasce così, in maniera immediata e che si rivela fin da subito un’indagine che corre su due binari, quello dello studio incuriosito dell’ambiente che ci circonda, al di fuori di noi, e un tentativo di guardarlo da una prospettiva personale, soggettiva – quella, in altre parole, del paesaggio interiore del fotografo, la lente con cui filtra, legge e interpreta il mondo esterno. Si tratta di un viaggio che cerca, nella nostra contemporaneità, di affrontare un tema in realtà assai antico, ma che non smette per questo di interessare. Al contrario, è un argomento che ancora oggi spinge gli animi creativi a mettersi in moto. Il viaggio in Italia non è dunque cosa nuova, ma vanta anzi una lunga tradizione. L’Italia è stata infatti una delle mete privilegiate già a partire dal XVII secolo, quando la nobiltà europea approdava nel nostro Paese, punto centrale del cosiddetto Grand Tour, un giro nell’Europa continentale che i giovani rampolli compivano come momento fondamentale della loro formazione. In particolare il giro prevedeva di toccare tutti quei siti storici che ancora mostravano le antiche vestigia della tradizione classica, dunque anfiteatri, acquedotti e monumenti. Da questa tradizione nobiliare, che ha a lungo influenzato il racconto dell’Italia all’estero, è partito anche Goethe, che nel 1786 sale in fretta e furia sulla sua carrozza per fuggire lontano da una vita noiosa, alla ricerca di riposo e soprattutto sperando di ritrovare la creatività perduta. Un viaggio che dovrebbe durare pochi mesi, lo porta invece a rimanere in Italia quasi due anni e dà come frutto uno dei testi più significativi dell’epoca, Viaggio in Italia, in cui Goethe raccoglie le sue impressioni e racconta diversi fatti curiosi. L’Italienische Reise di Goethe si inserisce però sempre in questa tradizione, dove l’Italia raccontata è quella dei grandi monumenti, un Paese che ha vissuto un passato glorioso, ma che – ecco l’altra parte della medaglia – ancora rimane ancorato a quella tradizione che si trasforma a volte in una zavorra che gli impedisce di rinnovarsi. È un’immagine dell’Italia che si protrarrà per moltissimo tempo, anche con l’avvento della fotografia, che inizialmente non farà che riconfermare le immagini a cui la tradizione pittorica (e letteraria) ci aveva abituato. Ad esempio, i fratelli Alinari, coloro che crearono la prima azienda in Italia e la più antica nel mondo che operava in campo fotografico, fecero un’opera fondamentale di catalogazione del paesaggio italiano. Ma ancora una volta il risultato era l’immagine di un certo tipo di Italia: piazze, strade, case, monumenti, di rado gli spazi fotografati inglobavano dei soggetti umani, totalmente assenti invece sono le costruzioni più moderne o le aree industriali. Occorrerà così aspettare gli anni Cinquanta del secolo scorso quando emerge una nuova corrente culturale, dapprima nel cinema, poi in letteratura e, infine, anche in fotografia: è il Neorealismo, che presta attenzione agli elementi più quotidiani e meno urlati del panorama. Di fatto, però, è un tentativo di scardinamento che non scalfisce più di tanto l’immaginario legato al nostro Paese. Il vero momento di rottura avverrà negli anni Ottanta, quando un gruppo di intellettuali, scrittori, registi, musicisti e fotografi si riuniscono attorno al tavolo di Luigi Ghirri per provare a immaginare un’altra Italia. Era il 1984 quando esce Viaggio in Italia, un’esplorazione della penisola vista per la prima volta nei suoi spazi più marginali: le strade di periferia, le cascine abbandonate in campagna, le città deserte, i giardini lasciati incolti. Sono luoghi che non si era abituati a vedere e che vengono ora portati alla luce del sole grazie alla fotografia. Dopo gli anni del miracolo economico, dopo l’ascesa e la successiva caduta degli anni Settanta, si guarda al Paese con occhi nuovi, o come scrive Gianni Celati abbassando “la voglia di veder l’eccezionale”2. È una vera e propria rivoluzione dello sguardo quella che operano Ghirri e i suoi, una rivoluzione destinata a modificare il paesaggio mentale italiano. Ora, a distanza di anni, abbiamo assorbito la loro lezione, ma restiamo tuttora legati a doppio filo a questo recente passato. È come entrato nel nostro DNA, diventando parte del nostro essere e del nostro sentire a tal punto che l’abbiamo introiettato, consapevolmente o meno. Per questo se oggi si fotografa il paesaggio italiano, inevitabilmente si dovranno fare i conti con questa tradizione più recente, che è per l’appunto diventata parte della nostra identità. “So che volevo fare, ma non sapevo esattamente cosa fare”, ha scritto qualche tempo fa un poeta francese. Un fotografo, leggendo le sue parole, ha aggiunto: “…e avevo le forze per farlo”3. La fotografia è un processo di avvicinamento, lentamente ci si avvicina cioè all’oggetto, gli si gira intorno, si prova a stabilire un contatto e, se si è fortunati, avviene un incontro tra chi sta dietro e chi sta davanti alla macchina fotografica. I tentativi che precedono la serie finale qui presentata testimoniano in questo senso lo sforzo di avvicinarsi all’idea per tentare di vederla meglio e magari di poterla afferrare. Per farlo, Stefano Bianchi si è imposto un metodo, un preciso punto di vista, una cornice entro cui muoversi fatta di regole che ha stabilito lui stesso. Si tratta di un modo d’agire che gli ha permesso di non distrarsi, ma al contrario di avere uno spazio di totale e libera creatività all’interno di questo recinto. Non c’è d’altronde vera libertà se non ci sono vere restrizioni. Le sue regole sono semplici, ma efficaci: tenere la macchina sempre pronta di fronte al finestrino all’altezza dei propri occhi; non guardare nel mirino ma spostare lievemente lo sguardo verso destra, per vedere così in anteprima l’immagine che sta per essere fotografata; appena l’occhio nota qualcosa, scattare. Le regole sono, appunto, semplici, ma le implicazioni di questo gesto fotografico sono molto interessanti. Così facendo, Bianchi mette in campo un automatismo dello sguardo che coinvolge l’occhio, la mente, la mano e, non da ultimo, la macchina fotografica. Si è parlato e si parla ancora oggi molto di che cosa sia la fotografia e buona parte delle problematicità nascono dal fatto che è la macchina a produrre automaticamente, tecnicamente l’immagine. Dall’altra parte, si dice che è il fotografo che fa delle scelte precise che determinano la riuscita di questa o quella fotografia: cosa inquadrare, come inquadrarlo, cosa lasciare fuori dai margini, a quale distanza, con quale ottica, con quali tempi, … ci fermiamo qua ma si potrebbe continuare la lista con molte altre opzioni possibili. Quello che Bianchi sceglie di fare è di mettere in dialogo queste due dimensioni, l’occhio umano e l’occhio meccanico e di utilizzare come collante la sua personale sensibilità, il suo gusto per la composizione estetica dell’immagine. Succede così quello che succede al centometrista accovacciato ai blocchi di partenza e pronto a scattare nella sua corsa. Tutto si gioca in una frazione di secondo e quando l’atleta sente lo sparo, dev’essere già partito. Non c’è tempo perché l’informazione passi dall’orecchio alla mente e dalla mente alle gambe: se vuole vincere, dovrà allenarsi e imparare affinché il suo orecchio sia direttamente collegato alle gambe. Allo stesso modo Bianchi prova a mettere in dialogo diretto il suo occhio con la sua mano, il dito sul pulsante della macchina, pronto a scattare. Anche qui tutto si gioca in tempi rapidissimi: se ci si ferma a pensare, si perde l’immagine. Si tratta di un esercizio che si ripete ancora e ancora, ogni volta ci si perfeziona e si diventa un po’ più precisi di prima. Raccontano bene questo allenamento le parole che si trovano in un libro scritto da un professore di filosofia tedesco, Eugen Herrige, che decide di imparare a tirare con l’arco perché questa pratica lo porterà a conoscere meglio la filosofia zen. Dopo le prime lezioni, frustrato dai vani tentativi di colpire il bersaglio, Herrige viene rimproverato dal suo maestro, che lo ammonisce così: “Non pensi a quello che deve fare, non rifletta sull’esecuzione! Il colpo fila liscio solo se sorprende il tiratore stesso”4. Cambia la disciplina, ma in fondo si tratta della stessa cosa che ha imparato a fare il centometrista, non pensando allo sparo, ma sentendolo e iniziando immediatamente a correre. Alla base occorre quindi un esercizio lungo, faticoso e spesso frustrante. Herrige a un certo punto racconta di essere così smarrito dopo innumerevoli tentativi che non sa più cosa sta facendo: “Sono io che tendo l'arco, o è l'arco che mi trae alla massima tensione? Sono io che colpisco il bersaglio o è il bersaglio che colpisce me?”5. Tutto si confonde e non si capisce più dove inizia la sua mano e dove inizia l’arco, dove la freccia e dove il bersaglio. Ma allo stesso modo, confessa, non sente neanche più il bisogno di separare tutti gli attori in gioco, sono diventati tutt’uno e vivono ora in simbiosi, l’uno non può fare senza l’altro. Così per Bianchi non ha senso chiedersi dove inizia il suo occhio e dove quello della macchina fotografica, perché i due instaurano una relazione simbiotica che viene costruita lentamente, scatto dopo scatto. È un allenamento lungo che porta anche a molte cadute, necessarie per ricominciare l’esercizio ogni volta con maggior consapevolezza. È facile immaginare la quantità altissima di fotografie che sono state realizzate in questo lungo percorso e che sono state via via propedeutiche alle immagini più mature, quelle che alla fine di tutto sono state selezionate e raccolte in questo volume. La selezione ha pertanto rivestito un passaggio fondamentale del processo fotografico. È qui infatti, a lavoro ultimato, che si può avere uno sguardo complessivo sul percorso intrapreso, un percorso che il corpus di fotografie sa raccontare. Umberto Eco diceva che i fotografi non guardano, perché sono troppo intenti a guardare tutto attraverso la macchina fotografica, perdendosi così quello che c’è al di là dell’inquadratura della fotografia. In realtà, i fotografi tornano a casa e, con la giusta distanza, guardano le loro fotografie e succede non di rado di scoprire in questa fase delle cose che prima non si erano notate. Almeno consapevolmente. Prima infatti viene l’intuizione, poi con il tempo e con la calma a nostro favore, la comprensione. Fotografare è un atto di conoscenza, una conoscenza meditata e riflessiva. Torniamo un attimo a quanto si è detto all’inizio su questa serie vista come sezione di un atlante italiano. Stefano Bianchi costruisce con le sue immagini un tratto costiero che cambia a velocità alterne, a volte ci sono bruschi mutamenti, si entra in un centro abitato dopo chilometri di natura selvaggia; a volte invece le trasformazioni del paesaggio sono irrisorie, cambiamenti che sfumano in piccole variazioni, come quando i binari costeggiano il mare a una distanza minima e quello che vediamo sono solo pochi elementi: il mare, le scogliere artificiali, uno stabilimento balneare, qualche bagnante. La fotografia è strettamente legata al luogo in cui viene fatta, per questo qui si riproduce in un lungo film un tratto che scorre senza vere interruzioni. Questo lavoro non avrebbe senso se fosse pensato come un gruppo di singole belle fotografie, magari scelte tra quelle visivamente più accattivanti. Certo anche da questo insieme si potrebbe selezionare qualche immagine che per colori o per forza compositiva riuscirebbe a vivere da sola, al di fuori cioè del suo contesto originario. Ma la vera forza di questo lavoro risiede nella sequenza, una sequenza che trova senso nel suo insieme. Solo così, infatti, si può scoprire immagine dopo immagine come questo paesaggio che spesso non siamo abituati a vedere in questo modo, costituisca in realtà un racconto delicato e poetico di un territorio che fa parte della nostra identità. Si è detto che la fotografia dipende dal luogo in cui la si fa, si potrebbe aggiungere che dipende anche dalla geografia di provenienza di chi quella fotografia la fa o la osserva. Nel susseguirsi delle immagini di questo lavoro, capita a volte di riconoscere alcuni elementi che ci sembrano più familiari, qualche capannino sulla spiaggia del riminese o un baretto su quella abruzzese. Ma Bianchi ha adottato un metodo fotografico che si potrebbe definire democratico e che, imponendogli di non tralasciare nulla, gli evita il rischio di rimanere affascinato da quello che già sa o che riconosce. L’effetto e il merito portati dal suo metodo è quello di offrirci la visione di tutti quegli interstizi, tutte quelle porzioni di territorio che non ci sono familiari allo stesso modo degli altri, ma che ora, inseriti in un discorso più vasto, entrano a far parte di questo paesaggio, andando così ad arricchire di nuovi elementi il nostro immaginario. Bianchi riesce in maniera schietta e genuina a farci riflettere ancora una volta sullo spazio che abitiamo e che fa parte della nostra identità collettiva. Il suo sguardo offre una prospettiva nuova e con un linguaggio contemporaneo riesce a rinnovare quella massima antica secondo cui tutto scorre, panta rei. Il mare è sempre lo stesso, ma è anche sempre diverso. Ci bagniamo sempre nello stesso lido, ma ogni volta in acque diverse.

Denis Curti


1 H. LEWIS, The Italians: Photography of this Decade, in “Photography Year-Book 1953”, “Photography Magazine”, 1953, pp. 18-20, in A. RUSSO, “Storia culturale della fotografia italiana. Dal Neorealismo al Postmoderno”, Einaudi, Torino, 2011, pp.133-134.
2 G. CELATI, Finzioni in cui credere, in “Alfabeta”, dicembre 1984, n. 67, p. 13.
3 Le parole di Paul Valéry sono riportate da Guido Guidi in occasione della conferenza “Guido Guidi. Fotografia, paesaggio, architettura” tenuta a Milano il 15 febbraio 2018.
4 E. HERRIGEL, “Lo zen e il tiro con l’arco”, Adelphi, Milano, 1975, p. 45.
5 Ibidem, p. 82.


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