Archivio
Attivo Arte Contemporanea
http://www.caldarelli.it

Galleria d'Arte Il Salotto via Carloni 5/c - Como
una serie di mostre personali e un blog interdisciplinare

"Fuoco
di Ruota" vuole essere un racconto condotto per testi e immagini attorno ad una tematica, cara all'artista Marialuisa Barbera, imperniata
sul tema del mutamento.
È una mostra di sue sculture in bronzo, fuse a cera persa, che proponiamo in dialogo virtuale con una serie di testi antichi.
Nel
Blog che ne deriva e che trovate qui di seguito
troverete commenti relativi a viaggi immaginati al centro della
Terra,
parallelo simbolico del "Forno Filosofico" alchemico. Ad ampliarne e connotarne il senso troverete anche schede su di testi di Alchimia e Lapidari
oltre a dei puntuali link che vi permetteranno di consultarli in rete per approfondire l'argomento.
Sculture fuse a cera persa
"Fuoco di Ruota"
Altre sculture per un immaginato
"Viaggio a Bisnagar"
Una serie di testi di
Alchimia "al femminile"
Una nuova mostra di ceramiche
"Terre incognite"
Dove gli opposti si incontrano, dove fuoco e ghiaccio sovrappongono le proprie nature, proprio là l’immaginazione degli antichi navigatori aveva collocato l’ingresso a straordinari mondi sotterranei. Nelle fredde acque del Nord in prossimità dell’isola che, come ci ha tramandato Strabone, l’esploratore greco Pitea nominò “Thule”, posta nei paraggi dello spaventoso gorgo chiamato Maelstrom che inghiottiva le imbarcazioni in transito, più volte nella letteratura fantastica si è immaginato l’accesso ad un mondo migliore. Un mondo più prossimo all’essenza primordiale della natura, quanto rifugio di razze viventi dall’intelletto superiore, custodi della verità. Il racconto di ogni viaggio immaginato in quei luoghi risulta alla fine paradigma di una avventura fisica quanto intellettuale e spirituale, alla ricerca del bene, della conoscenza e del ritrovamento di se stessi. Un’avventura che univa per continuità e affinità l’esperienza odeporica a quella dell’esplorazione mineraria. Un’avventura che, somigliando in modo traslato alla operatività alchemica, produce come potremmo dire oggi, una sorta di entanglement che coinvolge materia e spirito, penetrando con una metafora, o meglio esperienza simbolica, la dimensione ignota della nostra esistenza parallelamente all’oscurità sfuggente del nostro inconscio. La speculazione metallurgica dell’operatività alchemica percorre questo alveo quando opera la trasmutazione della materia alla ricerca di quella pietra filosofale che permetterà di mutare il piombo in oro. Mutatis mutandis, nel caso della produzione di una scultura per tramite della vetro-fusione o della tecnica a cera persa col bronzo, quale è il caso della produzione artistica di Marialuisa Barbera, l’intento è quello di produrre, come un fulmine in ambito elettrico, una disrupzione della materia operando contemporaneamente una sintesi e una diversione nei confronti dei canoni della classicità che, come un rizoma eterno, risorge anche nell’ambito delle avanguardie espressive più aderenti al nostro tempo. Come in alchimia, il segreto sta nell’intendere e far coincidere la natura di chi opera con la materia su cui lavora e infine, entrambi, con il risultato di questo agire che si rivela infinito come il “Fuoco di Ruota”, l’energia occulta che alimenta la fornace filosofica, ossia l’ ”Athanor” il cui etimo gli alchimisti riconducono al greco Thánatos preceduto dalla A privativa... ottenendo il concetto di “senza morte”. Il fascino della trasformazione, quale esperienza psichica costituisce substrato essenziale in tutta la produzione di Marialuisa Barbera. Questo accade quando usa una congerie di vetri, prima “deflagrati” e precipitati in frammenti, per poi essere recuperati quali preziose porzioni di memoria, nuovi racconti, convergenti in una unica narrazione fatta di trasparenze e colori, eco vivente di una esperienza “antica”; varco meditativo, filtro sapienziale, introduzione al proprio mondo interiore fatto di segreti e aperte confessioni, esemplificazione paradigmatica di caratteri psicologici conviventi nella narrazione articolata dalla luce. Questo accade anche nella sua esperienza più recente alle prese con la tecnica della fusione in bronzo a cera persa, il cui risultato sono sculture in bilico fra sentimento e ragione, costituite da elementi magmatici contrapposti, quanto complementari, a strutture nettamente geometrizzanti. Non ultimi, infine sono i suoi monili, anelli e collier, autentici talismani che traghettano con leggerezza la vanità dell’indossarli in un gioco intellettuale, un dialogo profondo con la materia perché, come argomenta l’alchimia stessa sulla propria ragione operativa, il segreto sta proprio in un gioco da bambini, vano quanto coinvolgente, nel leggere e intendere la vita con occhi nuovi, quelli dell’infanzia incontaminata. Michele Caldarelli CLICCARE SU OGNI MINIATURA PER ACCEDERE ALLA RELATIVA SCHEDA DESCRITIVA |
![]() | ![]() | ![]() |
![]() | ![]() | ![]() |
![]() | ![]() | ![]() |
ANELLI E COLLIERS
![]() | ![]() | ![]() |
![]() | ![]() | ![]() |
![]() | ![]() | ![]() |
![]() | ![]() | ![]() |
![]() | ![]() | ![]() |
![]() | ![]() | ![]() |
![]() | ![]() | ![]() |
A proposito del viaggio di Pitea nel Mare del Nord e di altri viaggi letterari simili... Lʼantica credenza tibetana circa lʼesistenza di esseri spirituali, viventi molti secoli con lʼincarico di vegliare sullʼumanità, è probabilmente una delle prime fonti mitologiche ispiratrici di successivi racconti, ripresi anche in tempi moderni, a proposito di un regno sotterraneo abitato da una razza di esseri superiori. Dalle catabasi dellʼantichità più remota, arrivando allʼepoca dell'Eneide di Virgilio o della Divina Commedia di Dante, si è supposto che le viscere della terra ospitassero le anime dei trapassati ma, dove per alcune culture è situato lʼInferno per altre sta il rifugio elettivo di Maestri. Nasce così il mito della sotterranea Agartha, in Asia centrale, il cui ingresso in molti altri racconti viene collocato nel Mare del Nord una terra di fuoco e ghiaccio nella quale il sole non tramonta mai, nei paraggi della mitica Thule forse riconoscibile nellʼisola di Tile, citata per la prima volta nel 330 a.C. dallʼesploratore greco Pitea. Una località rappresentata più tardi da Olao Magno nella “Carta marina et descriptio septentrionalium terrarum” pubblicata a Venezia nel 1539 e poi, appunto, descritta nella sua Historia de gentibus septentrionalibus nel 1551, come isola di fuoco e ghiaccio nellʼAtlantico del Nord sotto lʼIslanda e al largo della Scandinavia. Questa isola, il cui toponimo varia nel tempo (Tile o Tule o Thule) è ricordata anche da Tacito nel “De vita et moribus Agricolae” e da Antonio Diogene in “Incredibilia ultra Thulen” nel II sec. d.C. Nel 1665 Athanasius Kircher, maturando ipotesi proto-scientifiche, quale seguito naturale del suo Iter Exstaticum Coeleste, un immaginario viaggio fra i pianeti del cielo allora conosciuto, scrisse Mundus subterraneus, LINK dopo un soggiorno in Sicilia, dove nel 1638 assistette alle eruzioni dellʼEtna e dello Stromboli. Nel tempo Kircher divenne sempre più interessato ai fenomeni geologici e meteorologici e, dopo il suo ritorno a Napoli, si appassionò al cratere attivo del Vesuvio e condusse osservazioni sul posto. Dalle sue ricerche, Kircher dedusse che esistessero dei canali di continua circolazione del fuoco (dei quali i vulcani costituiscono occasionali valvole di sfogo in superficie) che lʼacqua emergesse dalle viscere della terra e che, queste, assieme ai venti, fossero responsabili di ogni evento geologico o meteorogico. Nel 1721 in “Relazione di un viaggio dal polo artico al polo antartico attraverso il centro della Terra” (testo pubblicato anonimo ma da alcuni attribuito ad Amaulry Gabriel) lʼautore parte dallʼOlanda per andare a pescare in Groenlandia. Una tempesta si leva durante il viaggio e la nave viene trascinata da una forte corrente verso un gorgo nelle vicinanze del Polo Nord. Questo gorgo attraversa la terra da parte a parte per riemergere al Polo Sud. Lʼequipaggio, incapace di resistere alla forza che li trascina, chiude ermeticamente tutti i boccaporti e si rifugia sottocoperta. Lʼimbarcazione è risucchiata dal gorgo mentre un torpore si impossessa dei marinai. Quando rinvengono, hanno la sorpresa di ritrovarsi dallʼaltra parte della terra in un mare calmo dal clima mite. Decidono di visitare le terre più vicine, che sembrano loro essere state abitate in altri tempi e improvvisatisi esploratori scoprono una curiosa costruzione su cui sono incisi dei caratteri sconosciuti. Lʼimbarcazione risale poi al nord, evitando scogli e montagne di ghiaccio, per poi riportarli tutti in Olanda. Nel 1788 Giacomo Casanova pubblica il suo “Icosameron” nel quale i protagonisti, Edoardo ed Elisabetta, raggiungono i Megamicri, aborigeni abitanti del Protocosmo, all’interno del globo terrestre, e qui restano per 80 anni. A questo regno si accede dalle montagne della Slovenia ed è una sorta di isola galleggiante rischiarata da un globo metallico, una sorta di piccolo sole che emette luce rosata. Gli abitanti, esseri ermafroditi ovipari sono molto piccoli, alti una trentina di centimetri. Parlano in una lingua composta unicamente da vocali. Il racconto di Casanova, nel suo insieme, è estremamente verboso e ricco di particolari descrittivi che impegnano il lettore ad uno sforzo immaginativo non indifferente e che facilmente si perde nei particolari. Interessanti sono però le numerose invenzioni scientifiche dei Megamicri rilevate da Casanova, anticipando le fantasie di Jules Verne. Tutta da studiare resta poi la possibile coincidenza simbolica dei due protagonisti con Re e Regina, elementi/attori dell’operatività alchemica immersi nel variopinto Compost rappresentato dalla policromia dei Megamicri. È del 1821 l’opera di Jacques Saint-Albin (alias Collin de Plancy) “Voyage au centre de la Terre”. Questo testo vuole essere la narrazione di una avventura reale in cui gli esploratori, perforando il ghiaccio al Polo, precipitano in un pozzo finendo su delle rocce magnetiche (una similitudine non da poco con l’Icosameron) proseguendo l’esplorazione scoprono la superficie di una seconda piccola terra che ruota all’interno del nostro pianeta. Dopo aver percorso luoghi selvaggi arrivano ad Albur, la cui popolazione è piccola e viaggia a bordo di mezzi trainati da elefanti grandi come vitelli. Vengono descritti diversi luoghi e costumi come quello del paese dei Banois, che si esprimono solo cantando, e attraversano un deserto illuminato dalla chioma di una enorme cometa simile all’eruzione di un vulcano. La fantasia dell’autore non manca di certo nel descrivere luoghi, usi e costumi, sempre contrabbandando convinzioni e critiche etico sociali, secondo l’uso letterario invalso diffusamente nel XVIII secolo. Nel 1864 Jules Verne (l’autore più conosciuto universalmente in questo ambito letterario ma che riprende non pochi argomenti già sviluppati dai suoi predecessori) diede alle stampe il suo “Voyage au centre de la Terre”. Il centro del nostro pianeta, illuminato da un piccolo sole interno, viene descritto come un mondo antidiluviano dove i protagonisti percorrono una foresta di funghi giganti. Gli audaci esploratori di questo mondo, vi penetrano attraverso un vulcano islandese e ritornano al mondo esterno, grazie ad una provvidenziale eruzione, attraverso un altro cratere posto in Sicilia. Questo romanzo dai toni comunque più attentamente scientisti dei precedenti, avrebbe ispirato molta letteratura fino al XX secolo. Coevo, e in parte simile, al Viaggio al centro della Terra di Jules Verne è il libro di Georges Sand “Laura. Voyage dans le cristal” che apparve sulla Revue des Deux Mondes nel gennaio del 1864 quando la Sand era sulla soglia dei sessantʼanni. È lei stessa a darci una prima chiave di lettura del romanzo nella dedica alla figlia: «Ti dedico questo racconto di fatti straordinari..., tra qualche anno tuo figlio, che oggi fa sogni più belli di me davanti al calamaio, leggerà questo racconto e vi attingerà forse la passione per le ricerche e le ipotesi scientifiche». Il sogno e la scienza: dallʼincontro tra questi due mondi nasce il fascino e la malìa di questo libro che unisce al nitore alchemico delle immagini oniriche, la concretezza tagliente e geometrica del regno minerale. La storia del giovane Alexis che per amore di Laura intraprende un viaggio insidioso dentro un cristallo ha la struttura tipica del romanzo di iniziazione che culmina con lʼabbandono da parte di Alexis delle abbaglianti esperienze vissute nel geode a favore di una realtà più autentica e quotidiana. (Da: George Sand – Laura: Viaggio nel cristallo - introduzione di Vincenzo Cerami – ed. Theoria 1989). Nel 1871 Edward Bulwer-Lytton scrive “Vril: The Power of the Coming Race” un’utopia sotterranea in cui dei superuomini rifugiati nelle viscere della terra, beneficiano di una energia speciale grazie al fluido chiamato Vril. Questi vengono descritti come destinati a dominare il mondo. Curiosamente questo libro sembra anticipare i lavori scientifici di Nikola Tesla e del suo raggio della morte. Nel 1886 il Alexandre Saint-Yves dʼAlveydre scrisse “Mission de lʼInde”, opera che poi distrusse ma che fu ripubblicata postuma nel 1910. Questo autore dal carattere fortemente connotato da profondo spirito mistico e tormentato dal desiderio di conciliare scienza e religione, si occupò e scrisse ampiamente del mito di Agartha, un immenso regno sotterraneo situato in un luogo segreto dell’Himalaya, dove cinquemila anni prima si erano rifugiati i suoi abitanti perseguitati dai Babilonesi. Un luogo illuminato da un piccolo sole sotterraneo e una società, come in altri racconti consimili, diretta da un collegio di grandi iniziati. Le biblioteche e gli archivi di pietra di questa comunità si estendono per chilometri e contengono la storia di tutta l’umanità. William Richard Bradshaw racconta nel 1892 della “Dea di Atvatabar” (The Goddess of Atvatabar) nel suo romanzo che tratta di una razza scomparsa ma poi rintracciata all’interno della Terra. Questa è una civiltà molto avanzata nelle scienze e nella medicina, rifugiatasi anticamente in una caverna in prossimità del Polo Nord. È una ennesima invenzione sociale, retta da una monarchia elettiva e ricca di invenzioni fantascientifiche: ferrovie anfibie, biciclette senza ruote, volo magnetico, controllo del clima… Immancabile è il sole interno, mentre la lingua è descritta dall’autore (di madrelingua americana) più complicata dell’Irlandese. Nel 1906 William Reed pubblica “The phantom of the Poles”, una compilazione di rapporti di navigatori polari relativi a strani fenomeni inesplicati, come venti caldi, depositi di polvere, di rocce imprigionate negli icebergs, di ampie superfici deserte di ghiaccio, delle distese dʼacqua dolce in pieno mare e delle aurore bizzarre. Ne conclude che i Poli sono l’anticamera della Terra cava mentre sostiene che, in quanto tali, non esistono… di qui il titolo del libro!
Insomma... la Terra cava, provvista di sole interno, durante la cui esplorazione si narra che i protagonisti possano migliorare se stessi venendo a contatto con civiltà spiritualmente più elevate di quella degli umani, ben si presta a rappresentare simbolicamente un autentico Forno Filosofico, quell’Athanor entro il quale si compie la trasformazione metallurgica del piombo in oro vantata dall’Alchimia.
L'attenzione per il mutare del colore nella fusione metallurgica come della luce filtrata dai minerali, vetri o cristalli naturali che siano, conta millenni di storia e percorre la tradizione ermetica come l'invenzione letteraria o l'osservazione scientifica di ogni epoca. Con l’intento di approfondirne la comprensione o semplicemente seguirne per gioco intellettuale le infinite e curiose diversioni, colgo l’occasione per avviarne qui una prima raccolta bibliografica, per ora in ordine serendipico privo di organizzazione critica o cronologica, prendendo l’avvio da Alfonso X di Castiglia, detto El Sabio che fece tradurre nel XIII secolo i maggiori trattati arabi di astronomia e compilò il non meno famoso "Lapidario", un'opera che affondava le proprie radici nella tradizione, e il cui fascino è vivo tuttora. Ogni pietra/colore, nella sua argomentazione, ha un collegamento con le divinità astrali, ne costituisce medium talismanico in un singolare connubio di praticità operativa. LINK Uno spirito di ricerca mineraria, questo, dove i colori delle pietre ben ricalcano la policromia del “Compost” alchemico, quella prima materia che lentamente e incessantemente viene trasformata dal Fuoco di Ruota. Un fuoco per tramite del quale l’adepto imita la potenza di Madre Terra nelle cui viscere ogni pietra e ogni metallo hanno avuto origine.
N.B.
Tutti i testi qui di seguito elencati sono provvisti di link di
collegamento agli archivi di competenza
Raimondo Lullo (nome italianizzato dallo spagnolo Ramon Llull) 1232 – 1316, è stato un filosofo, scrittore, teologo, logico, astrologo, alchimista, mistico e missionario spagnolo, tra i più famosi del suo tempo in Europa. Prolifico in molti campi del sapere è forse rimasto per noi moderni famoso per i suoi scritti sull'arte della memoria, quell'"Ars combinatoria" progenitrice della attuale informatica. A lui furono attribuite numerosi testi a carattere alchemico, in verità tutti apocrifi, dei quali il più conosciuto è il "Liber de segretis naturae seu de quinta essentia". Heinrich Cornelius Agrippa di Nettesheim (1486 – 1535) è stato un alchimista, astrologo, e filosofo, autore di uno dei più famosi trattati esoterici dell'epoca. Il suo pensiero risiede essenzialmente nella sua opera più importante, il “De occulta philosophia”, Lione - 1550. In questa opera, che spazia dall'astrologia, all'alchimia e alla magia ma non solo, sostiene le proprie argomentazioni come «la vera scienza, la filosofia più elevata e perfetta, in una parola la perfezione e il compimento di tutte le scienze naturali». Alberto
Magno - “De mineralibus libri quinque” - Augusta
- 1519 Elias
Ashmole - “Theatrum chemicum Britannicum”.
Contenente
diversi brani poetici di
famosi filosofi inglesi, che hanno scritto dei
misteri ermetici... Michael
Maier - “Atalanta fugiens”, Oppenheim - 1617. “Aurora
consurgens” quae dicitur aurea hora, & in eius secundum
tractatum, Ruggero
Bacone - “De l'admirable pouvoir et puissance de l'art &
de nature,
ou est traicté de la pièrre philosophale”. Parigi - 1629 Giovanni
Bracesco - “De alchemia dialogi II”. Norimberga
- 1548. Ireneo
Filalete - “Introitus apertus ad occlusum regis
palatium” contenuto
nel “Musaeum hermeticum reformatum et amplificatum” Frankfurt
am Main - 1677.
Nicolas
Flamel (1330 – 1418) è stato un alchimista francese, la cui
reputazione nacque dopo la sua morte, quando venne collegato alla
leggenda della pietra filosofale attribuendogli una serie di opere
alchemiche, pubblicate nel XVII pur considerate apocrife.
Robert
Fludd - Utriusque Cosmi, maiores scilicet et minores,
metaphysica, physica atque technica Historia Francoforte - 1624.
Lambspringk, è stato un alchimista tedesco (XVI - XVII secolo) del quale mancano notizie attendibili ma che si suppone fosse monaco benedettino dell'abbazia di Lammspring. L'unica sua opera di cui si hanno notizie è il De Lapide Philosophico, un poema alchemico manoscritto in lingua tedesca, e pubblicato per la prima volta in formato solo testuale in latino, alla fine del XVI secolo. Successivamente è stato arricchito da illustrazioni in forma di emblemi trattando dell'arte alchemica volta a produrre la pietra filosofale, atta a trasmutare i metalli, e realizzare il medicamento universale detto panacea. Il Mutus liber, pubblicato anonimo nel 1677 a La Rochelles, è quasi totalmente privo di testo descrittivo (per questo definito: muto) privilegiando la comunicazione per immagini. contenute in 15 tavole. Fanno eccezione il frontespizio latino, un brevissimo Au lecteur (al lettore) in Lingua francese interposto tra frontespizio e la seconda tavola, il motto latino “Ora, Lege, Lege, Lege, Relege, Labora et Invenies” ovvero “Prega, leggi, leggi, leggi, rileggi, lavora e troverai” che accompagna la tavola 14, ed il motto “Oculatus Abis” ossia “Provvisto di occhi vai” che si legge nell'ultima tavola. TERRE INCOGNITE la nuova mostra di ceramiche di Marialuisa Barbera nello spazio espositivo della Galleria "Il Salotto" di Como da12 settembre al 3 ottobre 2026 ![]()
Le
ceramiche di Marialuisa Barbera qui presentate costituiscono uno
sviluppo immaginifico della
concezione del vaso
alchemico "risolvendolo" come
oggetto concreto in nuove
forme, aprendolo e modellandolo, modulandone i colori di superficie
con ossidi metallici, pilotandone il
configurarsi con tutta
l'aleatorietà del caso, conferendogli
l'aspetto definitivo che
avrà
una volta estratto
dal forno e raffreddato.
Questa esperienza di Marialuisa Barbera,
nell'ambito della rassegna
in progress "Fuoco
di Ruota",
vuole porsi a
proseguimento della precedente
mostra, focalizzata allora
sulle sue fusioni in bronzo a cera persa,
arricchendone il racconto
condotto per testi e immagini attorno
alla tematica del
mutamento. In alchimia, il rapporto tra la vasaia e il fabbro costituisce una profonda similitudine basata sulla complementarietà. Entrambe le figure incarnano il concetto alchemico di coniunctio oppositorum (coincidenza degli opposti): sono artigiani della materia che accelerano i processi della natura attraverso il dominio del Fuoco. Come ampiamente lo storico delle religioni Mircea Eliade ha spiegato in Arti del metallo e alchimia, costoro sono i veri antenati spirituali dell'alchimista. La vasaia lavora con la terra (argilla) e l'acqua. Mescola l'umido e il secco per dare una forma plastica al caos informe della materia prima. Utilizza l'aria per asciugare e il fuoco della fornace per cuocere l'argilla, rendendola eterna e cristallizzata. Crea il vas (il vaso alchemico), il grembo artificiale dentro cui avverrà la trasmutazione della materia. Estrae la materia dal suo stato naturale, la purifica e la eleva a una nuova vita immortale. Il vaso alchemico (chiamato anche Vas Hermetis o Athanor) è il concetto centrale di tutta l'opera di trasmutazione. In alchimia non è un semplice recipiente, ma il vero e proprio grembo dentro cui avviene il miracolo della trasformazione. Secondo la lettura di Carl Gustav Jung è un contenitore spirituale nel cui interno, la materia grezza (materia prima) muore, si decompone e rinasce in una forma nobile. torna all'introduzione di "Fuoco di Ruota" CLICCARE SU OGNI MINIATURA PER ACCEDERE ALLA RELATIVA SCHEDA DESCRITIVA
LE ALCHIMISTE N.B.
Tutti i testi qui di seguito elencati sono provvisti di link di
collegamento agli archivi di competenza Anna di Danimarca - "The history of the life and reign of Queen Anne". Anna di Danimarca (Haderslev, 22 novembre 1532 – Dresda, 1º ottobre 1585) è stata una principessa danese e principessa consorte di Sassonia. È nota per la sua abilità nella gestione di giardini e terreni agricoli. In Sassonia introdusse nuove colture e nuove specie di bestiame e promosse l'introduzione dell'orticoltura praticata nei Paesi Bassi e in Danimarca. Era un'esperta riconosciuta di tradizioni erboristiche e di rimedi erboristici preparati personalmente ed è considerata la prima farmacista donna in Germania. Nel castello di Annaburg, da cui prende il nome, si trova il suo grande laboratorio e la sua biblioteca.
È stata una scrittrice inglese, autrice di libri sull'ermetismo e l'alchimia spirituale. Anne Mary nata South dal cognome del padre, nasce a Dieppe, in Francia, ma è cresciuta a Gosport, nell'Hampshire in Inghilterra. Suo padre, Thomas South, era un ricercatore di storia della spiritualità e lei lo aiutò e collaborò con lui fin da giovane. Nel 1859 Mary Anne sposò il reverendo anglicano Alban Thomas Atwood e si trasferì nella sua parrocchia vicino a Thirsk, nel North Yorkshire, dove trascorse il resto della sua vita. Continuò la corrispondenza privata con diversi influenti teosofi fino alla sua morte nel 1910.
Martine Bertereau, in seguito Baronessa di Beausoleil (Francia, 1600 circa – Vincennes, dopo il 1642) è stata un'ingegnera mineraria e pioniera della mineralogia francese, che con le sue opere di esplorazione e localizzazione delle miniere, scritte durante i suoi viaggi in Europa alla ricerca di giacimenti minerari, ha rilanciato in Francia l'attività mineraria, sospesa durante il Medioevo. I suoi scritti descrivono l'uso delle bacchette da rabdomante e molti consigli utili, scientifici e pratici, che derivarono in gran parte dal De Architectura di Vitruvio. Sposò Jean de Chastelet, barone de Beausoleil e d'Auffenbach, esperto di estrazione mineraria, commissario generale delle miniere dell'Ungheria. Scrisse due relazioni sul loro lavoro: la prima, Véritable déclaration de la découverte des mines et minières, fu pubblicata nel 1632. La seconda, in forma di poesia indirizzata al cardinale de Richelieu La restitution de pluton (1640) per chiedere il pagamento per il lavoro che avevano svolto a proprie spese. Lady Margaret Clifford of Cumberland - "Libro delle Ricette Alchemiche di Lady Margaret Clifford" (fine del XVI secolo) Margaret
Clifford (1540 – 28 settembre 1596) era figlia di Eleanor Brandon e
di Henry Clifford, II conte di Cumberland. Suoi nonni materni erano
Charles Brandon e Maria Tudor, sorella di Enrico VIII d'Inghilterra.
Sue cugine erano quindi Jane Grey, Catherine Grey e Mary Grey.
Anne Finch, Viscontessa Conway (14 dicembre 1631 – 18 febbraio 1679), è stata una filosofa inglese. La sua formazione, comprendeva il latino, il greco e l'ebraico. Il suo fratellastro, John Finch, che incoraggiò i suoi interessi per la filosofia e la teologia, la presentò al platonico di Cambridge Henry More. Ne nacque una stretta amicizia e una corrispondenza di tutta una vita su temi riguardanti la filosofia di Cartesio. More, riferendosi ad Anne disse che "non incontrò mai nessuno, sia uomo che donna, di una natura migliore di Lady Conway" e che "anche nella conoscenza delle cose naturali e delle divine, non solo sorpassò il proprio sesso, ma anche l'altro". Pubblicata per la prima volta in traduzione latina nel 1690, la sua Principia philosophiae antiquissimae et recentissimae de Deo, Christo & Creatura, è un'opera che sviluppa la sua visione monistica di un mondo creato da una sostanza. Essa critica l'idea cartesiana, secondo cui i corpi sono costituiti da materia morta, il concetto di anima affermato da Henry More nel suo Antidoto contro l'Ateismo ed infine le teorie dualiste sul rapporto tra corpo e spirito. Isabella Cortese - "I secreti de la signora Isabella Cortese : ne'qvali si contengono cose minerali, medicinali, arteficiose, & alchimiche, & molte de l'arte profumatoria, appartenenti a ogni gran signora: con altri bellissimi secreti aggiunti" (1565) I secreti della signora Isabella Cortese è un libro di ricette, principalmente di cosmetologia, opera in più parti dedicate alla medicina, all'alchimia, alla tintura e la fabbricazione di inchiostri e (la più corposa) alla cosmetologia dove si impara a fare i saponi, acqua e oli profumati, creme e lozioni, e ciprie. Di Isabella Cortese poco è dato sapere tranne che per trent’anni studiò, «consumando il tempo e persa quasi la vita mia, e li denari» le opere dei grandi alchimisti. Tutto quel che rimane di lei è contenuto nelle pagine di questo testo, che dal 1561, al 1677, fu ristampato quattordici volte e scritto seguendo esigenze di ogni segno e misura. In esso, a rimedi contro il mal francioso o l’impotentia coeundi, si contrappongono capillari ricette cosmetiche come: «saponetto per rendere le man morbide e belle» o «olio per confermar la gioventù». Camilla Erculiani - "Lettere di philosophia naturale" (1584) Camilla Erculiani Greghetti (anche Herculiana o Ercoliani Gregetta c.1540-1590?) era una dei sei figli del mercante padovano Andrea Greghetti. Nei primi anni del 1560 sposò lo speziale Alovisio Stella e la coppia ebbe almeno un figlio. Alovisio morì tra il 1568 e il 1572 e Camilla si sposò una seconda volta con uno speziale, Giacomo Erculiani, dal quale ebbe cinque figli; Giacomo morì nel 1605. Sebbene non fosse attiva nella corporazione degli speziali, viene definita speziale (speciala) nel titolo della sua raccolta di Lettere di filosofia naturale, pubblicata nel 1584. La figura di Camilla Erculiani è stata al centro di numerosi interessi critici negli ultimi anni: le Lettere di philosophia naturale, edite a Cracovia nel 1584, sono uno dei primi e più notevoli testi scientifici scaturiti dalla penna di una donna nel pieno della Querelle des femmes. Formatasi a Padova e certamente in contatto con gli ambienti scientifici e accademici della città, Erculiani attirò le attenzioni dell’Inquisizione, presso la quale fu costretta a difendersi, facendosi rappresentare dal noto giurista Iacopo Menochio. Proprio la lettura attenta della memoria difensiva di Menochio consente di approfondire alcuni caratteri della scrittura di Erculiani, facendo emergere i modelli alla base della sua scrittura scientifica e illuminando in modo specifico la collocazione di una donna in seno alla comunità scientifica dell’epoca.
Pernelle Flamel - "Histoire critique de Nicolas Flamel et de Pernelle sa femme : recueillie d'actes anciens qui justifient l'origine & la médiocrité de leur fortune contre les imputations des alchimistes : on y a joint le testament de Pernelle & plusieurs autres pieces intéressantes" di Villain, Étienne François (1784) "Nicholas Flammel, his exposition of the hieroglyphical figures which he caused to be painted upon an arch in St. Innocents church yard in Paris : concerning both the theory and practice of the philosophers stone" (1890) Pernelle, vedova di due precedenti mariti, sposò Nicolas Flamel nel 1368. I coniugi, caritatevoli e filantropi, finanziarono la costruzione di chiese e ospedali, ma non ebbero figli. Pernelle morì prima del marito nel 1397, lasciandogli una discreta fortuna. La fama di alchimista e anche strega per cui è nota trova origine in uno scritto apocrifo del 1612 attribuito al marito nella cui introduzione le attribuisce importanza. A Parigi le è stata dedicata rue Pernelle, che interseca quella dedicata a Nicolas Flamel nei pressi del Louvre. La reputazione di Flamel come alchimista nacque dopo la sua morte, quando venne collegato alla leggenda della pietra filosofale da una serie di opere alchemiche, pubblicate nel XVII secolo e a lui attribuite, ma considerate apocrife. L'opera più nota è Le livre des figures hiéroglyphiques (Libro delle figure geroglifiche), pubblicato a Parigi nel 1612. Marie Meudrac - "La chymie charitable et facile, en faveur des dames. par damoiselle M.M." (1656) Marie Meurdrac (Mandres-les-Roses, c. 1610 – 1680) è stata una chimica francese nota per la sua opera La chymie charitable et facile, en faveur des dames, pubblicata nel 1666. Tradotta in Italia nel 1682 con il titolo La chimica caritatevole, e facile, in favor delle dame, è ritenuta dagli studiosi la prima opera di chimica e farmacia scritta da una donna, dopo quella di Maria l'Ebrea nel tardo periodo classico, citata dalla stessa Meurdrac nel suo libro. La chymie charitable et facile affronta una vasta gamma di argomenti, dalle attrezzature, tecniche, proprietà chimiche delle sostanze vegetali e minerali, ai rimedi medici e alle ricette di cosmetici; include sia gli aspetti pratici che i fondamenti teorici della chimica. Probabilmente la Meurdrac possedeva un suo laboratorio e aveva accesso a una fornace ad alta temperatura usata per gli esperimenti, cosa insolita per l'epoca, poiché richiedeva un permesso speciale da parte del re. Rebecca Vaughan, (moglie di Thomas, Eugenio, Ireneo Filalete) "Works of Thomas Vaughan: Eugenius Philalethes" (1919) Rebecca Vaughan ( c. 1633 – 17 aprile 1658) è stata un'alchimista inglese , compagna di ricerca e moglie di Thomas Vaughan. Fu attiva negli anni Cinquanta del Seicento. Della Vaughan, si hanno informazioni grazie al quaderno del marito, la pagina del titolo è contrassegnata da "Ex libris Thomas et Rebecca Vaughan, 1651, 28 settembre", a indicare che erano partner alla pari nelle loro ricerche. Di lui significativa è la scoperta dell'acquavite e di un altro distillato che chiamarono Acqua rebecca. Il marito dichiara: "Ho scoperto tutto questo ai tempi della mia carissima moglie, di cui posso dire ciò che Salomone disse della sua saggezza: tutte le cose buone mi sono venute allo stesso modo attraverso di lei". Rebecca e Thomas Vaughan si sposarono a Londra il 28 settembre 1651. Dorothea Juliana Wallich "Das Mineralische Gluten, Doppelter Schlangen Stab, Mercurius Philosophorum, Langer und kurzer Weg zur Universal-Tinctur" (1763) "Der Philosophische PerlBaum" (1722) Dorothea Juliana Wallich (nota anche come Dorothea Wallich o DJW; nata Fischer; 1657 – 1725), è stata un'alchimista tedesca, una delle poche donne note per aver praticato l'alchimia. Era anche speziale e proprietaria di una miniera in Sassonia. Wallich scrisse libri di alchimia, che furono pubblicati nel 1705 e nel 1706. Karl Christoph Schmieder prese in considerazione la possibilità che avesse semplicemente pubblicato manoscritti di suo padre; tuttavia, considerò anche possibile la sua paternità. Anna Wasa von Schweden - finanziatrice dell' "Erbario di Szimon Syrenius" (1613) Anna era la figlia minore del duca Giovanni di Finlandia e di
Caterina Jagellonica , sorella del re Sigismondo III Vasa di Polonia.
Nacque a Eskilstunahus subito dopo che la sua famiglia fu liberata
dalla prigionia nel castello di Gripsholm. Suo padre salì al trono
di Svezia nel 1569 come Giovanni III. Come suo fratello Sigismondo,
Anna fu cresciuta come cattolica dalla madre e frequentava la messa
cattolica. Divenne molto rispettata per la sua grande erudizione. Si
interessava di letteratura, musica, giardinaggio e medicina. Era
specializzata in erbe medicinali e gestiva una propria farmacia. Con
l'aiuto di un assistente italiano, condusse i propri esperimenti in
fitoterapia. Finanziò l' erbario di Simon Syrenius. torna all'introduzione di "Fuoco di Ruota"
|
|
Il primo trattato
occidentale di Mineralogia e Gemmologia che ci sia pervenuto è il
lapidario attribuito a Teofrasto. il "Peri lithon", (ca.
315 a.C.) stampato per la prima volta nel febbraio
1497, da Aldo Manuzio. Vi vengono codificate le teorie
di Ippocrate e di Platone dividendo le pietre in maschi e femmine,
dando origine alla teoria della loro riproduzione e attribuendo loro proprietà magiche e taumaturgiche. Un tipo particolare di lapidario,
sviluppato particolarmente in epoca alessandrina, è quello glittico, di origine
egiziana secondo il quale più che la natura fisica della
gemma, importa l’immagine che in essa e’ incisa e a cui va
attribuito tutto il valore magico e mistico del suo presunto potere. In tale ambito
culturale ebbero particolare fortuna le pietre gnostiche sulle quali
le figure erano incavate come sigilli. Di "Lapidari"
medioevali (mirabilia litici), se ne contano 616 dei quali 125
riconducibili a Marbodo di Rennes (1035
- 1123). Oddone di Meung
(Odo Magdunensis contemporaneo di
Marbodo - prima
metà del sec. XI)
accomunò fitoterapia e litoterapia nel suo "Macer floridus"
un poema latino in 2269 esametri nel quale sono elencate a confronto:
60 gemme assieme a 77 erbe. Ildegarda von
Bingen è stata una monaca cristiana, scrittrice, mistica e
teologa tedesca, dai numerosi talenti. Fu profetessa, guaritrice,
erborista, naturalista, cosmologa, gemmologa, filosofa, artista,
poetessa, drammaturga, musicista, linguista e consigliera politica. Camillo Leonardi (Pesaro, XV secolo – XVI secolo) è stato un astronomo, astrologo e mineralogista. Nel 1502 pubblicò in latino a Venezia l’opera Speculum lapidum in cui trovano posto oltre 280 pietre, molte delle quali risultano prive di riscontri mineralogici riprendendo solo fantasia di autori precedenti. Oggetto d'attenzione vi è la corrispondenza delle pietre con i caratteri dello zodiaco. Leonardi esamina anche le virtù delle pietre scolpite e incise per farne monili, dei sigilli e dei cammei, rifacendosi alle considerazioni dell'astrologo arabo Thābit ibn Qurra (826-901). Sono descritte molte pietre preziose, pregiate, parecchie rocce, alcuni materiali oggi assimilabili ai fossili e praticamente tutti i metalli. Libri tre di M.
Lodovico Dolce : ne i qvali si tratta delle diuerse sorti delle
gemme, che produce la natura, della qvalità, grandezza, bellezza, &
virtu loro 1565.
Lapidarium omni voluptate refertum : & medicine plurima
notatu dignissima experimenta complectens : Opus de lapidibus
preclarum... : in quo de singulis lapidibus nedum preciousis: verum
eciam de reliquis quibus virtulis aliquid inesse constat : & de
preciosorum lapidum sophisticatione & naturalium ac
artificialium discretione: notatu dignissima reperies.
Macarius, Joannes, ca, 1540-1604, Abraxas, seu Apistopistus (pseudonimo greco adottato da Jean L'Heureux ) quae est Antiquaria de gemmis basilidianis disquisitio. Accedit Abraxas Proteus, seu Multiformis gemmae basilidianae portentasa varietas, / exhibita, & commentario illustrata a Johanne Chifletio ... L'opera di Macarius, si riferisce alla glittica ossia credenze religiose degli gnostici che impiegavano gemme incise nei loro rituali. Georgius Agricola - "De re
Metallica" - 1556 De omni rerum
fossilium genere, gemmis, lapidibus metallis, et huiusmedi ... di Konrad Gesner - 1565 De gemmis, scriptum Euacis (Evax) regis Arabum olim a poeta quodam non infoeliciter carmine redditum, & nunc primum in lucem editum opera & studio Henrici Rantzovii ... di Rantzau, Henrik - 1575. Un poema sulle pietre preziose, attribuito al leggendario Evax, re d'Arabia, (in realtà scritto da Marbodo. Il libro, riprodotto in più di sessanta manoscritti, fu stampato per la prima volta a Vienna nel 1511 come "Libellus de lapidibus pretiosis". Questa edizione di Lipsia attribuisce la paternità al re Evax sulla pagina del titolo. Con riferimento a Plinio, Isidoro di Siviglia, Origene, Orfeo e Solino, descrive 60 pietre preziose, includendone diverse che ora non sono affatto considerate minerali come il corallo, descritto come "Una pietra che vive nell'oceano, formando rami come vimini", e fornisce per ciascuna le loro virtù magiche e medicinali. Jan De Mandeville nel XIV secolo compose un Lapidario in latino in cui descriveva il rituale necessario perché le pietre recuperassero i loro poteri. I viaggi di Mandeville (edizione 1612) conosciuto anche come "Voyage d'outre mer", è un resoconto di viaggio che iniziò a circolare tra il 1356 e il 1366. L'opera appartiene al filone del viaggio inventato, apocrifo, cioè falsamente attribuito ad altri, diffusa poi in particolare nei secoli XVII e XVIII, sulla spinta delle grandi esplorazioni geografiche ma prima che prendesse piede un'autentica cultura scientifica dell'esplorazione. An essay about the origine & virtues of gems di Boyle, Robert, 1627-1691 è un testo che vuole illustrare storicamente alcune congetture sulla materia delle pietre preziose e gli argomenti in cui risiedono le loro virtù principali. Questo trattato considerato "l'inizio dello sviluppo moderno nella conoscenza della struttura cristallina", ha in realtà poco a che fare con le pietre "preziose"quanto piuttosto costituisce base di studio per le indagini di Boyle sullo stato solido della materia... Secondo Boyle, era importante determinare se l'uso di pietre preziose polverizzate, già raccomandate come ingredienti terapeutici nei medicinali, avesse qualche fondamento nei fatti chimici. Boodt, Anselmus de,
1550-1632 De gemmis et lapidibus libri duo edizione del
1647. Orpheos Argonautika Hymnoi kai Peri lithon = Orphei Argonautica hymni et De lapidibus / curante Andrea Christiano Eschenbachio, Noribergense, cum ejusdem ad Argonautica notis & emendationibus. Accedunt Henrici Stephani in omnia & Josphi Scaligeri in hymnos notae. edizione del 1689. In 770 versi vengono esposte le virtù di una trentina di gemme con notevoli allusioni alla magia... Dactyliothecae,
seu Annulorum sigillarium quorum priscos tam Graecos quam Romanos
usus, ex ferro, aere, argento & auro promptuarii ... Collectis
aliunde & ineditis & editis annulorum figuris auctior; 1695 di Goorle, Abraham
van, 1549-1608?
Thesaurus philosophicus, seu de
gemmis et lapidibus pretiosis doctoris physici Josephi Gonnelli - 1702 Theophrastou tou Eresiou Peri taon lithaon biblion edizione del - 1746. "Theophrastus's history of stones with an English version, and critical and philosophical notes : including the modern history of the gems, &c. described by that author, and of many other of the native fossils". Questa è prima edizione in cui il testo apparve come opera unitaria, tradotta in una lingua moderna e ampiamente commentata...un'insieme di informazioni che documentano lo stato delle conoscenze chimiche, geologiche e mineralogiche nel periodo in cui fu scritto.
|
Bisnagar, capitale dell'omonimo regno sito nelle Indie Orientali, compare ne "Le mille e una notte" alla fine dell'ultimo volume della versione di Antoine Galland (1). Nel racconto "Storia del principe Ahmed e della fata Parì-Banù", il principe Hussein, suo fratello maggiore, partecipa, con questi e il fratello minore Alì, alla ricerca di una rarità straordinaria e singolare da riportare al sultano loro padre, che avrebbe concesso al vincitore della gara il permesso di sposare la principessa Nurunnihar loro cugina. Hussein, recatosi a Bisnagar, riporta al padre un tappeto prodigioso capace di trasportare, chi vi si fosse seduto, immediatamente nel luogo che questi avesse desiderato. Questa è la vera e prima volta in cui viene descritto quel "Tappeto volante" reso poi famoso da molti altri racconti che a "Le mille e una notte" hanno fatto riferimento. Tralascio il racconto dell'avventura di Hussein e dei fratelli che riportarono a confronto del tappeto, un cannocchiale che permetteva la visione di qualunque cosa ovunque si trovasse e di una mela i cui effluvi permettevano di guarire da qualsiasi male, per avviare un approfondimento del significato insito nella qualità magica del tappeto. Come descritto, questo era un "tappeto da preghiera" supporto fisico alla meditazione, una sorta di hortus conclusus in miniatura con tanto di raffigurazioni vegetali come quello descritto, mutatis mutandis, dal Boccaccio nel "Decameron" «[...] Esso avea dintorno da sé e per lo mezzo in assai parti vie ampissime; e tutte allora fiorite sì grande odore per lo giardin rendevano [...] Le latora delle quali vie tutte di rosai bianchi e vermigli e di gelsomini erano quasi chiuse [...] Quante e quali e come ordinate poste fossero le piante che erano in quel luogo, lungo sarebbe a raccontare [...] Nel mezzo del quale [...] era un prato di minutissima erba [...] chiuso dintorno di verdissimi e vivi aranci e cedri [...] Nel mezzo del qual prato era una fonte di marmo bianchissimo e con maravigliosi intagli». Una "Fonte dell'Eterna giovinezza" o della Vita, questa, che ci riporta simbolicamente a quell' "Oro potabile" equivalente della "Pietra filosofale" nella ricerca alchemica. Nel caso delle ultime sculture di Marialuisa Barbera, laddove una presenza arborescente si sviluppa verso l'alto dalla geometria di un quadrato fluttuante (o tappeto volante), osserviamo come la stessa da quello radichi la propria natura verso il basso. Non a caso pertanto potremmo paragonarne il senso simbolico sia con quello dell' "Albero della vita" che fruttifica nel giardino dell'Eden accanto all' "Albero della conoscenza" che con quello del "Quadrato di un pollice", sede del pensiero meditativo e luogo privilegiato che nella visione buddista individua il cuore del bonzo in contemplazione. (1) "Le Mille ed una Notti" (X secolo) Traduzione dall'arabo
di Antoine Galland, Eugène Destains, Antonio Francesco Falconetti (1852)
|
CLICCARE SU OGNI MINIATURA PER ACCEDERE ALLA RELATIVA SCHEDA DESCRITIVA
CON L'INGRANDIMENTO DELL'IMMAGINE
![]() | ![]() | ![]() |
![]() | ||
![]() | ||
Marialuisa Barbera ha iniziato la propria avventura artistica prestando particolare attenzione alla sperimentazione nell’uso del vetro. Si è perfezionata alla Scuola Internazionale di Chartres nella tecnica delle vetrate legate a piombo e ha insegnato tecniche del vetro all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano. Da anni si dedica alla ricerca di procedimenti plastici non convenzionali fra la concretezza degli orientamenti tecnici e la seduzione del lirismo orientale. Ha praticato buona calligrafia con il Maestro Zen Shingai Tanaka di Kyoto e coltiva la scrittura come esperienza e testimonianza di vita. Per saperne di più su Marialuisa Barbera |
Il Copyright © relativo ai
testi e alle immagini appartiene ai relativi autori per informazioni scrivete
a
miccal@caldarelli.it