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"... il cambiamento più profondo al quale ho assistito,
e partecipato, in questo campo, è costituito dal "decentramento
dell'arte". Nel mio ormai lungo percorso ho visto passare e cadere, in
rapidissima successione, il mito dell'arte come chiave di lettura del
mondo, come qualcosa di "altro", come strumento immediato di comunicazione,
come informazione a breve termine e uso, come merce, come quotidianità.
Oggi mi pare di assistere ad una piccola tregua nelle successioni; l'arte
si è assestata nei "surroundings", nei dintorni. Se la mia lettura
è, sia pure parzialmente, plausibile, dirò che personalmente
non mi dispiace: l'arte non è più né al centro, né
isolata, ma ci circonda, ci avviluppa, ci giunge con un rumore forse più
attutito e diffuso, ma da più innumerevoli, talora imprevedibili
parti... L'artista è all'interno di una situazione dove si trova
ad agire, in piccola parte, quale "operatore culturale" e ad essere contemporaneamente
un semplice spettatore, un comune mortale.
Per operare e sopravvivere, come persona culturalmente coinvolta, dovrà
- da primo attore in trance, quale spesso si trovava ad essere - mutarsi
in un soggetto partecipe ed attento, subendo inevitabili errori, ripensamenti;
dove "l'errore" potrà essere riscattato solo dall'ampiezza delle
analisi, dalla valutazione dell'opera e del gesto compiuto, dall'attenzione
nella partecipazione... una stimolante trasformazione, dove la libertà,
individuale sarà "giocata" sulla libertà di pensiero ed
il singolo pensante costituirà da solo una permanente rivoluzione
culturale, "inarrestabile...
da: il Corriere del Ticino,
Lugano venerdì 8 febbraio 1985

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