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La memoria
... Penso che ogni artista è abituato a dare le
risposte quotidianamente attraverso i sogni, i desideri, le difficoltà
alle quali lo sottopone il proprio lavoro, e che tali risposte siano soggette
a certezze presto abbandonate, a cambiamenti inevitabili, ad affermazioni
contraddittorie.
Penso che un artista - a differenza di un politico, di un amministratore,
di un insegnante o di un impiegato - dia sempre risposte "private" e sempre
indissolubilmente legate al lavoro ed alla ricerca che sta elaborando;
risposte apparentemente chiare, ma che spesso a lui stesso ritornano come
interrogativi che hanno valore parziale, in ogni caso non, possono essere
assolutamente supporto; alla comprensione dell'opera dell'artista che
sola, non difesa e protetta da tesi od ipotesi, deve dare emozione, suggestione
o repulsione, spazio per nuove idee. (Risposte destinate ad essere recepite
da altri singoli anche se, in taluni casi, è possibile che i singoli
siano così numerosi da apparire collettività).
... Le enormi trasformazioni storiche, economiche, sociali, tecniche,
scientifiche del costume, attraverso le quali siamo passati hanno condizionato
tutti noi; il condizionamento - degli eventi dei quali siamo stati protagonisti,
attivi, o passivi - ha inciso ed è stato determinante sulle motivazioni
e sulle scelte, soprattutto per chi ha alle spalle più anni...di
lavoro.
... Ho usato la parola inglese surroundings perché, con più
precisione, riassume il senso delle "cose circostanti" e l'ho usata per
quella parte del mio lavoro che, intendeva sottolineare l'influenza dei
fattori esterni, concomitanti, casuali o prevedebili, rendendoli spesso
determinanti per l'opera stessa (soprattutto, nello sforzo di lavorare
fondendo i termini di spazio e di tempo, sia con l'estensione e la dilatazione
degli elementi usati, sia con "esempi" inseriti nel più consueto
quotidiano).
Devo dire che tutto il lavoro è spesso rimasto con un valore di
ipotesi, talora con opere da prendere e riusare per "altro".
Mi sono anche divertito a ritagliare qualche spezzone isolato e frammentario
dai lavori eseguiti per studio e a buttarli nel mercato quali oggetti
d'arte verificando la moda del collezionismo dei "reperti"...
Ho sempre usato i materiali come un regista, come un "trovarobe" teatrale
come un narratore di storie e racconti lavorando sulla memoria, cercando
di creare dei percorsi, dei labirinti dove potermi incontrare con l'eventuale
visitatore/spettatore per poi perderci entrambi all'interno dell'opera
stessa, oltre che psicologicamente anche fisicamente nella pluralità
delle angolazioni o nei grovigli della materia o delle indicazioni suggerite.
... In quarant'anni ho usato, le stoffe, il legno, la carta, le parole,
l'acqua (più volte), la luce, la fotografia, i metalli (e nel campo
dei metalli: ferro, bronzo, acciaio, rame, argento, ottone, alluminio
piombo, ghisa, similoro e anche l'oro ma molto poco in quanto altri miti
ho inseguito mescolando i materiali nei miei crogiuoli), la porcellana,
la ceramica, la terracotta, la terra refrattaria, gli ingobbi, il vetro,
lo specchio, la plastica (e nel campo delle materie plastiche: poliestere,
poliuretano, polimetilmetacrilato, polivinilcloruro) il marmo (graniti
arenarie, beole, lavagna), materiali lucidi e opachi, oggetti trovati,
recuperati saldando, fondendo, sbalzando, assemblando;
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