KRISTINA THURAU: "OVER-FLOWERS: la pittura tra gesto ed espressione"
In tempi come i nostri, in cui la tecnologia apparentemente sta abbattendo i confini naturali delle varie "arti", e in cui la concettualità (che non è più solo atteggiamento teoretico ma è diventata, abusivamente, modo operativo) sta trasformando soggettivamente tutto in arte (e quando "tutto è arte" forse è già l'inizio del "nulla è arte"), in tempi come i nostri diventa semplicemente una necessità riaffermare una verità forse piccola, ma di peso metastorico: la pittura è un "atto creativo" che la specie umana ha compiuto, dai suoi albori fino ad oggi, con mezzi limitatissimi (un po' di polveri variopinte impastate, la mano e un bastoncino con pochi peli di animale), praticamente senza introdurre alcuna evoluzione tecnologica. Più o meno in questi termini, lo affermava recentemente anche il grande Apple (maggio 1996) in occasione di una memorabile mostra antologica,
tra l'altro ripetendo dichiarazioni simili di Jorn, e non è casuale che proprio due pittori così sospesi tra concettualità e materialità della pittura, sottolineino un fatto che invece alla critica (avvolta nelle nebbie di una nefasta vacuità filosofica) oggi palesemente sfugge. Sì, un fatto che spesso sfugge alla critica allineata e coperta, ma che, contro ogni omogeneizzazione, balza evidente ogni volta che ci si imbatte nella pittura di un vero pittore, cioè di un artista che, con una operazione di millenaria ripetitività, ci propone un oggetto estetico assolutamente integrato nella cultura e nell'arte dei tempi in cui opera. E' il caso di Kristina Thurau e delle serie dei suoi "cartoni" che segnano, nella sua produzione, l'apertura di un ciclo creativo nuovo e particolarmente maturo e felice. Poche parole per inquadrare l'autore. Se il pittore realista nella propria opera rappresenta il mondo della realtà così come egli lo vede e lo interpreta e lo giudica; se il pittore astratto invece rappresenta l'ordine di un mondo
estetico dall'artista stesso codificato; esiste (e ci scusiamo per questo schematismo) una terza via pittorica, peraltro da sempre presente più o meno nascosta in tutta la pittura, sia pure con manifestazioni diversissime. Questa terza via è il multiforme dominio della pittura espressionista, quella pittura che (e anche qui ci scusiamo per la semplificazione) non pretende di rappresentare un mondo e il suo ordine, ma semmai il non-rappresentabile, informe/informale, in progress, sregolato, galassico "universo" (contrapposto a "mondo", che ha una struttura e quindi un ordine) delle pulsioni estetiche zampillanti dall'inconscio. A questa schiera appartiene Kristina Thurau e con questo non-codice vanno interpretate le sue opere attuali. Opere che si configurano, al primo impatto percettivo, alla prima presa di coscienza, come una serie di rappresentazioni di "fiori", di misteriosi, affascinanti, seducenti, anche prepotenti "fiori", inseriti con un protagonismo cromatico raffinato, e portato ad alto livello dal confronto violento e puro dei colori circostanti, in uno scenario di "foglie" e di "spazi di sfondo" risolti splendidamente nel contrasto delle tonalità. Diciamo "fiori", diciamo "foglie", diciamo "spazi di sfondo" ricorrendo alle virgolette per sottolineare che non si tratta né di veri fiori, né di vere foglie e neppure di spazi fra loro intesi in senso naturalistico. Ma non si tratta neppure di simboli di fiori e foglie, e neppure di segni estetici codificati in loro funzione. No, in questi cartoni nulla è codificato, non esiste un "centro", non c'è né simmetria né ordine. Al contrario, esiste una tensione che al tempo stesso sostiene l'intera raffigurazione, ma la dilata per così dire al di là dei confini del cartone che la contiene. Questa tensione è appunto la rappresentazione di un atto creativo che ha, quale oggetto della propria visualizzazione, la propria "espressione", perché vuol trasmetterci l'inesprimibile (in parole) sensazione della vissuta esperienza dell'inconscio, del "profondo" reso pittura.Proprio per questo tendere ad "andare", ad "essere oltre", mutuando la forza sintetica di una lingua ormai "normale" (l'inglese), queste apparenti rappresentazioni di fiori possono essere definite "Over-Flowers": sì, proprio per lo stesso meccanismo con cui over-dose ci descrive insuperabilmente l'effetto di qualcosa che va ben oltre, assolutamente oltre, ciò che "la cosa" è in sé e per sé.Ci sarebbe molto da dire anche sulla abilità tecnica raggiunta da Kristina Thurau in questa nuova fase del suo lavoro: oltre che della forza e della abilità cromatica, si dovrebbe parlare di un certo modo di usare (con libertà a volte provocatoria) la pennellata, ricca, espressiva, coraggiosa.Ma gli aspetti propriamente pittorici, gli aspetti più estetici di questi cartoni, hanno una loro evidenza che rende superflue le variazioni sul tema.Importante, per penetrare in questo "universo", è avere una chiave di lettura che permetta allo spettatore di "andare oltre" l'aspetto pittoricamente felice di queste opere.Opere che, come tutte le autentiche manifestazioni di un autentico artista, possono e certo nascondono sotto questa "felicità" sofferenze e conflitti e dubbi e ambiguità, che la purezza e la bellezza della riuscita vela ma non nasconde, se sappiamo "guardare".Così come se sappiamo guardare, a dispetto di ogni soggettivismo concettuale, in queste opere possiamo intuire il riflesso, lo specchio, delle pulsioni del nostro stesso inconscio, di quel nostro Io profondo (il nostro "over-ego"!) che va "oltre" il nostro normale Io quotidiano.E questo, appunto, è la funzione della vera arte: fornire tramite la contemplazione estetica anche a noi, il cui atto creativo non è fare arte ma riviverla nel ruolo di spettatori, una chiave di lettura del nostro destino. (Enrico Bellati)
Per me la presente mostra alla galleria Il Salotto di Como è anche un ritorno. Nel 1977, proprio vent'anni fà, esponevo nella precedente sede della stessa galleria alcuni lavori con il titolo "L'ultimo prato", con un testo di Enrico Bellati.
Preoccupato dal continuo sacrificio di spazi verdi nelle aree metropolitane, dipingevo decine di migliaia di fili d'erba e, dopo Como, portai questi quadri anche a Milano per un'altra personale alla Galleria Vismara.
Convintomi però definitivamente che la pittura non era per me il mezzo di espressione più idoneo, sviluppando sempre di più la mia attività di designer industriali, mi imposi un lungo "silenzio artistico".
Solo nel 1992 ritrovai il collage, un modo per "costruire" un quadro piuttosto di dipingerlo! Con questa tecnica iniziai a creare una lunga serie di circa 300 opere, prevalentemente sul fondo nero, come visioni notturne, con tanti elementi colorati e allegri, ma anche con ritagli di giornali divenuti nuvole oppure portatori di messaggi dolorosi, con mostriciattoli e mostri, sempre presenti nella natura umana e nella storia e particolarmente risultati mortali negli anni neri di questo secolo.