L'atto primario di graffiare, solcare, incidere come atto di auto-riflessione di se stessi. Il segno che a prima vista si mostra privo di palesi significati nell'essere creato si fà colmo e denso di sensi concentrati della personalità e dei desideri di chi lo compie. Atto infantile di auto-affermazione dell'esistere non per questo privo di profondità sia essa dello spirito che della materia-spazio. Nell'incidere la scura superficie del supporto-pellicola, strumento catturatore di luce in questo caso infecondo e deserto, la mia mano scopriva in base alla pressione attuata, una gamma cromatica che spaziava dal blu intenso e profondo al bianco più nitido e luminoso. Nelle prime composizioni indagavo l'interagire di tale
gamma cromatica con le possibilità ritmico segniche che la striminzita superficie mi permetteva con il fascino dell'immaginare come proiettando ingrandendole tali minuscole incisioni fatte con punte e lame, usate di punta e di piatto come pennelli si sarebbero trasformate alchemicamente in virtuali esplosioni pittoriche.
"LUCE NEI SEGNI" 1988. I segni si addensano cercando di vibrare sulla superficie, alla gamma cromatica propria dell'emulsione si aggiungono interventi di rosso e giallo che si stemperano in viola, verdi e aranci o si affermano nella struttura delle incisioni iniziali. In una sorta di non finita gara con la pittura tradizionale, usando alcuni suoi strumenti e modi
del fare ma contaminando ed interagendo con strumenti della fotografia e quindi sovrapponnendo in proiezione tali graffiti, stralciavo porzioni di essi, misurando le loro intensità luminose i miei occhi scoprivano giochi di segni e piani spaziali imprevisti e fantastici nella loro ibrida presenza percettiva. Se in "LUCE NEI SEGNI" è evidente l'intenzione di memorie materico-espressioniste, la stessa ricerca incrociava con essa contemporaneamente immagini che presentavano oggetti o figure originatisi da residui di "impressione" fotografica sul supporto pellicola o di creazione a graffiti con rappresentazioni simboliche, di elementi disparato o riferiti al mare o appartenenti alla cultura del Mediterraneo. Da questo materiale
prodotto organizzavo in sequenze visioni di un viaggio dell'immaginario senza soluzione di continuità tra il mio individuale e l'ipotetico collettivo. Registravo il suo scorrere con una videocamera e vi aggiungevo parti elaborate elettronicamente dalla videocamera stessa ed inoltre ripetevo l'alternarsi di riproduzione-registrazione che precedentemente effettuavo tra dia-proiezione e ripresa fotografica che in questo caso avveniva tra telecamera e monitor TV, sonorizzavo il tutto con una performance musicale estemporanea prodota in visione diretta da due musicisti con i quali avevo lungamente dialogato sui sentimenti provati e i concetti portanti del produrre tali sequenze d'immagini.
Nascevano così con l'apporto di un mixer-video amatoriale i video "AB-AETERNO" (8') 1992 e "UNREPEATABLE REFLECTIONS" (6') 1994. Dal secondo di questi estraevo nel 1995 i cibachrome omonimi e nel 1997 ulteriormente elaborando a monitor con saturazioni colore, quantità contrasto-luminosità e indagando particolari, estraevo fotograficamente "INNO A INO" (Ino Leucotea ninfa marina soccoritrice di Odisseo), "RISALITI ALLA LUCE" ed "ACQUARIA". Queste foto si stabiliscono in una sorta di "terra di nessuno" tra tecnologia della produzione d'immagini, dove passato e presente tecnico del farsi di esse si sovrappongono e ribadiscono più intensamente il mito di un elemento naturale fluido e spesso duro, mostruoso ingannatore e ammaliante quanto abbagliante nei suoi
giochi di dissolvenza tra riflessi e visioni delle sue profondità e delle sue superfici. Il Mediterraneo si fà Oceano in "OLTRE-MISURA" frames estratti anch'essi nel 1997 dai video già citati, l'opera si compone di due foto orizzontali associate verticalmente dove nella superiore una figura indicante-nuotante è immersa in un azzurro costellato di bianco scintillio e macchie verdi, essa stà per precarietà e aleatoria condizione dell'essere nel suo viaggio della vita, nella porzione inferiore dell'opera, evidenti segni di scrittura dai quali si possono leggere porzioni di parole si sovrappongono con segni gestuali di non scrittura, manifestando la doppia componente del fare umano tra istinto e
sapienza di fronte all'ignoto. In quest'opera il punto focale è Odisseo, ma è l'eroe-uomo non più omerico che si muove nel mare conosciuto (il Mediterraneo) bensì è l'Odisseo dantesco il quale varca le "Colonne d'Ercole" luogo dove incomincia la non misura. "DINANZI ALL'ABISSO" 1997, lo stare tra il noto e l'ignoto, condizione esistenziale che da sempre accompagna l'uomo in special modo in questo passaggio di millennio come nella figura sintomaticamente frammentata dei pixel dello schermo video e del suo metafisico starci di spalle mentre osserva l'abisso di qualcosa che ancora non sappiamo o che drammaticamente l'umanità già conosce e la paura c'è li paventa quali
fantasmi futuri. "INCROCIO" e "NOTTE SENZA TITOLO" 1997. Ma pur spaesati e malinconici cerchiamo nella realtà o nel sogno indicazioni e riferimenti così come quando guardiamo ed inquadriamo nel mirino delle nostre ricerche visive elementi ed essenze che ormai nell'infinito deposito della nostra memoria sono incrociati. "DANZA MEDITERRANEA" 1996; come il chiasmo determinato da immagine fissa e movimento della figura rappresentata, dove si insinua una dialettica affascinante come lo scorrere delle nostre emozioni e il cercare di fissarle ed imprimerle in noi. Ho sempre provato fascino nell'osservare gli studi foto-cinetici e protocinematografici di Eadweard Muybridge, dai quali emerge una bellezza "anomala" che non risponde al compiacimento dei modelli ma alla voglia di vedere meglio e di più
o semplicemente di vedere il "vero" della figura nella ricchezza del suo sistema morfologico in relazione allo spazio-tempo. Dove, la figura, si mostra contemporanemante ferma - in movimento, in forma fotografica-cinematografica, ormai morte-ancora vive, passato-presente. A cominciare appunto da "DANZA MEDITERRANEA" e proseguendo con "EQUILIBRIO RIFLESSO" e "PASSEGGERE" in particolar modo si manifesta lo stare tra fissità e movimento come del mio ricercare tra immagini foto-graffitica ed immagine video-elettronica così come lo stare nel tempo tra incisioni rupestri antropomorfiche e il futuro della giovane arte-elettronica, vivendo la contraddizione data dalla contrazione-espansione sempre più amplificata dalla memoria dell'uomo. Desiderando di rendere preziosi tutti gli attimi del nostro percepire come se ognuno di essi
esprimesse in sé una essenza estetica liberata dalle gabbie dello spazio-tempo e dalla deperibilità della materia.
Nicola Pinto, giugno 1997
"Per Nicola Pinto - Marinaio Sognatore"

È durante le ore notturne che il profilo dell'orizzonte concede il fondersi delle oscurità abissali, zenit e nadir si rispecchiano indistinguibili e le acque celesti ormai congiunte a quelle terrestri ospitano la navigazione del sognatore assoluto. A nulla valgono i portolani della reminiscenza corporea, lì ognuno è perso e solo l'espediente di Odisseo può concedere oltre all'ascolto delle sonorità che precedono l'essere, la possibilità di conservarne traccia nel cuore. Come Odisseo vedo Nicola Pinto, desideroso di sondare l'inesprimibile, di riportare memoria visiva di ciò che ha udito, la vibrazione che precede la luce, la magia aurorale del mondo. La sua è un'azione filosofale, finalizzata ad estrarre la luce dall'oscurità coniugando azione e percezione in un'esperienza univoca. Parte dall'atto più primitivo dello scalfire; la pellicola fotografica allora, prima materia filosofica, oscurità totale della nigredo che a cicli continui caratterizza l'opera, concede alla varietà cromatica della luce di affiorare in superficie, di esprimere simbolicamente in tutta la sua potenza il mistero della conoscenza veicolato dalla regalità della visione. Tutti i colori scorrono, dalla rubedo alla dealbatio mutano nella luce abbagliante che, accecando lo sguardo, farà della luce oscurità fornendo nuovamente materia per la prosecuzione dell'opera. Nicola Pinto, dopo aver graffiato più pellicole, ne proietta il contenuto su uno schermo articolandone la sequenza con dissolvenze, sovrapposizioni, sonorizzando contemporaneamente il fluire delle immagini e filmando il tutto con una videocamera. Infine, con una regia di autentico still-life concettuale, registra fotograficamente delle nuove immagini ed eccole, ora, esposte, alimentano il ciclo insonne delle sue navigazioni...
Michele Caldarelli, luglio 1997