QUANDO IL JAZZ DIVENTA FOTOGRAFIA
Ogni forma d'arte ha in sé il duplice piacere della conoscenza: da parte di colui che la pratica e di coloro che la ricevono sotto forma di percezione visiva, sonora e tattile. Il rapporto del mezzo fotografico con l'evento musicale, per esempio, è uno dei più entusiasmanti per coloro che amano la fotografia e la musica, ma soprattutto per quei "fotografi-musicologi" che non riuscirebbero a fotografare con lo sguardo distante dai loro soggetti. Se così fosse, le immagini sarebbero prove di quella partecipazione visiva (che è anche mentale oltre che fisica), che rappresenta il valore assoluto della fotografia diretta, partecipata, consapevole e fortemente comunicativa. La vicinanza del soggetto da parte del fotografo è quindi la premessa per vedere, conoscere, partecipare agli "attimi di vita" che il musicista e la musica esprimono nella mimica del volto, nella gestualità delle mani sullo strumento musicale e nelle sonorità che giungono agli spettatori. Negli incontri più felici tra fotografo e musicista, l'immagine fotografica diventa musica e quest'ultima vive attraverso la fotografia come se si condensasse al suo interno: nella materia stessa del supporto cartaceo, mescolando le note all'argento dell'emulsione fotografica. Luci, ombre e mezzi toni nascono non solo dallo sguardo del fotografo, ma anche dalle sonorità musicali dell'udito e dalla vicinanza del fotografo con l'artista entrambi partecipi di una visualità cristallizzata negli attimi infinitesimali del tempo e dello spazio della ripresa. E' in tal senso che il "piacere della conoscenza" non è solo legato al vedere quanto piuttosto al sentire da parte del fotografo e spesso al suo rapporto personale con il musicista che lo rende partecipe dei suoi momenti privati: tra gli altri e da solo, nei tempi del riposo e del silenzio che precedono o concludono lo spettacolo. Le fotografie di Dario Guerini contengono questi valori perché in ciascuna di esse c'è sempre un modo di vedere profondamente distante da quelle immagini di genere che purtroppo non rendono giustizia ai musicisti e alla musica perché opache, icone stereotipate e omologate, come se lo sguardo del fotografo fosse assente dall'energia espressa dal musicista e dalla sua musica. Guerini appartiene invece a quegli autori che amano la conoscenza come molti artisti che amano e studiano la musica nel dato intrinseco del loro lavoro ed essenziale alla costruzione dell'opera, sia visuale, sia plastica. La sua fotografia è anche narrazione, le figure del mondo jazz non sono viste e raccontate nei momenti epici o enfatici della loro presenza sulla scena (troppo facili da vedere), quanto piuttosto nella loro identità umana, a volte ironica, a volte quasi nascosta nelle luci e nei forti neri della stampa fotografica. I protagonisti del jazz, nelle immagini di Dario Guerini, giocano con le prospettive degli strumenti musicali, con i fasci luminosi delle lampade: sempre diverse e mai ripetute come a voler indicare un esplicito desiderio di ricerca sulla presenza del musicista che esplora e identifica il tempo e lo spazio della scena. Ed è proprio la costruzione scenica dell'immagine fotografica che rimanda a quei momenti di realtà, ma ricreandone anticipatamente un'altra, quella del fotografo, in una visione tutta sua, autoreferenziale. Per arrivare a questi risultati è necessario possedere delle forti motivazioni culturali ed avere profonde emozioni soggettive ma controllate da una visione consapevole e mai arbitraria degli eventi. Se è vero che la fotografia è anche scrittura ("Scrittura della luce", scriveva Fox Talbot a metà dell'Ottocento), come lo è la musica, allora per comprendere l'essenza di questa unione anche lo sguardo abile e attento del fotografo non è sufficiente se non è sorretto da un "cuore intelligente" che appartiene sia ai grandi fotografi, sia ai grandi musicisti.
Mario Cresci
(direttore Accademia Carrara di Belle Arti, Bergamo)
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