Archivio Attivo Arte Contemporanea
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mostra tematica
L'UOMO-PIANTA

ovvero
"del rinnovamento"


Arborigènes - sculture biovegetali
Intervento di E.P.Ernest alla XLII Biennale di Venezia - 1986
foto di Michele Caldarelli

Intervista di Ernest Pignon Ernest

Estratta dal film "Les Arborigènes" sculptures bio-vegetales
(proiettato in occasione della mostra)

Sono vive, veramente vive come delle piante come le foglie. Cui occorre del sole dell'acqua, altrimenti muoiono.
E' del vegetale, a forma umana, ma sempre del vegetale. Assimilano la luce del sole la trasformano in glucosio e in vita, fissano il gas carbonico e producono ossigeno, respirano la notte...
E' il fenomeno della fotosintesi: un favoloso miracolo della natura, il suo immenso respiro.
In fondo è questo che espongo: la fotosintesi questo lavoro non bisogna pero sentirlo come una opera plastica, lo definirei piuttosto una specie di ready-made concettuale, io colgo ed offro un fenomeno della natura in azione, anche se non si vede.
Neanche le foglie si vede che vivono e che respirano non è perché si e pittore che ci si deve fermare a ciò che si vede. Non e sempre l'essenziale! Da anni lavoro soprattutto sulle città, le mie vere risorse sono i luoghi, i luoghi reali. Me ne impadronisco allo stesso tempo per le loro qualità plastiche, le loro forme, i loro colori ma anche per ciò che non si vede: la loro storia la loro carica i loro ricordi che li assillano ed è là che trovo molto spesso il più forte vigore poetico.
In fondo bisogna vedere i miei interventi collages eterogenei: m'impadronisco del tempo e dello spazio reale e ci inscrivo un elemento di finzione, si tratta molto spesso di immagini e là, nella foresta, sono questi "arbrorigeni".
La qualità, l'eventuale ricchezza di questi interventi dipende interamente dalla ricchezza stessa delle relazioni o delle tensioni che arrivo a creare tra il reale e questo elemento di finzione...
...deve come esacerbare questo reale, cioè devo capire e assimilare tutte le potenzialità che porta questo reale per poterci giocare, come un pittore gioca con i colori.
Era la prima volta che consideravo il rapporto col mondo vegetale. Sono stato sorpreso da questa altra apprensione verso il tempo e lo spazio che questo impone.
Per esempio, in modo concreto questo fatto mi ha immediatamente rivelato come le mie immagini erano il frutto di un ritmo urbano e che non avrebbero funzionato nello spazio vegetale. Se ho rinunciato ad intervenire con immagini ho al contrario trattato questo necessario lavoro di avvicinamento ali ambiente secondo gli stessi metodi usati nei miei interventi urbani, cioè anche là ho combinato un avvicinamento fisico, sensuale della foresta ed uno più concettuale, più libresco, ed è cosi che ho scoperto il fenomeno della fotosintesi, in altre parole, ho capito allo stesso tempo il funzionamento biologico e la sua bellezza e come attraverso il vegetale, il sole diventa energia e vita e l'importanza che questo fenomeno rappresenta per tutto ciò che "vive" sulla terra.
D'un tratto mi e sembrato vitale, è la parole giusta, veramente vitale che potessi arrivare in un modo o nell'altro a impadronirmi di questo fenomeno ed a farne l'elemento poetico essenziale del mio intervento sulla foresta.
Mi sono allora immerso nella lettura di opere sulla botanica e sulla biologia ed ho scoperto gli studi di Claude Gudin che dirige il laboratorio di biotecnologia solare de C.E.A. di Cadarache in Francia. Esponeva come era riuscito ad immobilizzare alcune cellule vegetali viventi in molecole di piccoli cubi di poliuretano.
Non conosco molte cose sulla biologia, ma grazie alla mia ossessione ."fotosintetica", ho visto immediatamente la sua scoperta come l'insieme di un materiale plastico con un accumulo di cellule vegetali ed ho pensato che questo accumulo dovesse significare la fotosintesi.
C. Gudin me lo confermò qualche giorno dopo se n'è talmente appassionato che è diventato il nostro progetto comune.
In un primo tempo avevo cominciato col concepire delle forme geometriche, disposte per serie, pensavo di basare tutta la forza soggettiva del progetto su questa tensione, questa distorsione che si sarebbe creata tra la sue forme fredde e meccaniche e la coscienza che si avrebbe avuta che erano vive. Poi ho abbandonato questa pista che mi è apparsa come una speculazione concettuale apparentemente più rigorosa che fare dei personaggi, ma meno divertente da pensare e da concepire. Infine è in modo naturale che questo lavoro sulla foresta, sugli alberi mi ha riportato ali immagine dell'uomo.
L 'albero è sicuramente il simbolo più antico dell'uomo, dell'uomo e della donna, ho scoperto coll'avanzare di questo progetto quanto ogni cultura, ogni mitologia aveva i suoi alberi-uomo, i suoi alberi-fallo, i suoi alberi-donna, i suoi alberi-matrice, fecondati dalla luce solare, i suoi alberi-madre, alberi-utero, e quanto la memoria di ogni popolo in tutti i continenti in India, in Australia, in Tibet e soprattutto in Africa trascinasse miti di uomini o di dei diventati alberi o nati da alberi qualche anno fa avevo lavorato sulla Dafne del Bernini e ho conservato una grande passione per l'arte di questa epoca folle di metamorfosi.
Dal Bodhi buddista a l'albero di Jesse, da Jung a Bachelard, da Eliade a Paul Klee, ho scoperto la ricchezza di questo favoloso asse uomo-albero, terra-cielo, cosmo.
Mi interessara molto trattare uno dei più antichi miti dell' umanita, giocando con una scoperta dell'avanguardia della biotecnologia. E c'è un po' di questo in quello che manipoliamo... per esempio, queste cellule che noi utilizziamo hanno tra i 2 e 3 miliardi di anni, sono un po' come i nostri più lontani antenati, prime forme di vita, restate allo stadio primario, unicellulare, impadronirsene oggi, organizzarle e dargli una forma umana è qualcosa alla Raymond Roussel.
A proposito di forme umane, la forma mi ha evidentemente posto molti problemi. Non si trattava, chiaramente, di fare dei personaggi realistici che si arrampicassero realisticamente su degli alberi, ma piuttosto di un idea di intrecciamento, di raccordo delle curve e delle tensioni dei corpi a quelle degli alberi e soprattutto di una idea di osmosi allo stesso tempo fisica et biologica con il vegetale. Nello stesso momento cercavo una certa neutralità formale che affermasse implicitamente che l'elemento motore dell'intervento non era nelle forme ma in una loro autentica vita.
Se in questo intervento c'è una ricerca plastica, sculturale, non è evidentemente nella forma stessa dei personaggi ma piuttosto nella loro inserzione nel vegetale, e che il loro ritmo, la loro scoperta, la loro dissonanza confusa, facciano dello spazio vegetale uno spazio plastico e poetico.
Per i corpi avevo cominciato con un lavoro di modellaggio e di scultura, ma lo si sentiva troppo, non era abbastanza neutro. Ho in seguito tentato di procedere partendo da un calco in gesso ma il risultato manifestava una fedeltà naturalistica troppo pesante.
Infine ho realizzato un calco in "alginato" e grazie alla sua presa rapida è stato più facile che con quello in gesso conservare delle posizioni più vicine a ciò che avevo disegnato.
Si attiene un impronta globale del corpo che si riempie in seguito, di gesso. Ci si ritrova, certamente, questo accumulo di informazioni aneddotiche e di naturalismo proprio al calco che mi è occorso in seguito eliminare. Ho scomposto e ricomposto, dinamizzato i corpi allungato le linee, creato delle distorsioni, rielaborato le articolazioni cancellando dettagli anatomici. Di quelle due sculture si è fatto delle forme in elastomero elastico ed in resina.
In queste forme ci si è colato il materiale di base che forma degli "arborigeni". Si tratta di un prepolimero una specie olio schiuma espanso di poliuretano i cui elementi tossici per le cellule sono stati eliminati.
La sua caratteristica principale è di favorire la penetrazione del sole e dell'acqua una specie di tessuto vegetale artificiale.
Le cellule vegetali sono immobilizzate nelle molecole di questo stesso tessuto sia chimicamente, nel momento della polimerizzazione, si a meccanicamente attraverso iniezione. Sono microalghe unicellulari "porfiridium cruentum" identificate dal Prof. Lewis di San Diego in California e sono state in seguito moltiplicate nel laboratorio del Prof. Gudin à Cadarache. Ce ne sono circa un miliardo per personaggio, colonizzano il tessuto e gli danno le caratteristiche biologiche di una foglia.

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