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Galleria
d'Arte Il Salotto via Carloni
5/c - Como - archivio
storico documentativo
Rino Crivelli
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IL POPOLO DI LEGNO È una strana popolazione di esseri bifaccia, lievi e insieme solidamente verticali, ben costruiti e insieme sprigionanti raggiere visionarie, che abbiamo dinanzi. Il carattere, tuttavia, più decisivo delle variegate figure che ci fissano, e sembrano intrecciare un enigmatico colloquio muto pure tra loro, mi sembra risiedere in una contraddizione fruttuosa, capace di costituirsi tanto in unicità, quanto in comunanza. È come se queste formidabili incarnazioni di legno, entro le quali il Crivelli affettuosamente si aggira interpellandole, e in qualche modo misteriosamente interpellato da esse, articolassero un orizzonte di metafore e metonimie, familiari e distanti al contempo. Nell'ordine della familiarità, convocando fattezze, o almeno ideritikit, di evidenza antropomorfica; nell'ordine della distanziazione, esigendo sforzi di supplenza logica, mentale. Una costellazione onesta e ipocrita, spiazzante consuetudini di ricezione, che cariche massicce d'autoironia rendono ancora più disponibile, più rapportabile alle miscele d'incombenze e di sogni, di fattività e di mitizzazione che ci strutturano quotidianamente. Solo che qui, perenne virtù dell'estetico, una formalizzazione tonicamente disinteressata, scartando le circostanze grezze del collaudato e di ogni imperiosità del pieno, ricostruisce facsimili trasformati in una ridda o giostra di riconoscibili-irriconoscibili. Tali che lo scrutatore - esponendomi ora apertamente nella qualifica che mi compete - non puramente accoglie quello che è per ciò che rivela, e suggestivamente irradia, ma anche per le onde possibili che quella realissima selva accompagnano e abbandonano. E progressivamente, lungo una successione che è sostanzialmente un incedere, stazione dopo stazione, per chi armato di curiosità e piacere nella vertiginosa serie di aut aut s'inoltri; un incedere alimentato da raffinate e cangianti colorazioni, preziose nel rammentarci che Crivelli è soprattutto pittore, di tattilità delicata, di generatività attivantesi e per contrasti e per miscelazioni. Vorrei sostare sul punto raggiunto, perché possibile, forse, di trasferimenti ulteriori: è che, vuoi per i riporti accumulati, vuoi per le dialettiche a più raggi esposte, vuoi per altri fattori imperscrutabili, si condensa, nella geometria interrogata, una connessione, apparentemente paradossale, di somiglianze-differenze. Atta a manifestare una metamorfosi per cui i battezzati "esseri bifaccia", citati all'inizio, quasi svolgentesi da se stessi, si manifestino via via per esseri a più scansioni, plurifaccia... una sorta di "individui uniti" o, ancor meglio, "unibili". Così rifiutando - pregio non ultimo - le solo apparentemente opposte ideologie che infestano il pianeta culturale: quella imperniata sul trionfo ossessivo dell'io individuale e quella imperniata sull'insistenza propagandistica della solidarietà collettiva. Qui - nell'innocenza del frastagliato, del dentellato, del tondo, dell'acuminato, del serpeggiante, dello strappato - modulazioni di una ben diversa inquietudine, concretizzate e mutanti per linee e tinte e telai, ricordano ai non bendati la complessità a-ideologica, irriducibile della persona. Un rilievo aggiuntivo, in qualche modo compattabile al tratteggio teorico: sono indipendenti oggetti eppure l'apertura d'innumerevoli transiti e staffette e la correlata sagomatura delle ombre e delle luci chiamano, con sottile ma tenace investigazione, paesaggi urbani verificabili, e transitanti pedoni, alias noi... Giancarlo Majorino |
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