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Galleria d'arte "Il Salotto"

Piazza Croggi 4 - via Crespi 15 - 22100 Como Italia

Manlio Rho "20 opere inedite"
di: Luciano Caramel

Il nucleo di questa nuova mostra di Manlio Rho nella sua città è dato da un consistente gruppo di carte realizzate nel 1954 con paste ad amido monocrome. Tutte inedite, si distinguono per la libertà di stesura, per la dinamicità del gesto, talora fremente addirittura, e nervosamente dinamico, nonchè per la riduzione cromatica alle diverse luminosità d'un unico valore, in singolare contrasto con il Rho universalmente noto, dalle scansioni limpide, fermamente ancorate ad una razionalità lucida ed a un relazionismo strettamente conseguente.
Queste opere appartengono alI'attività ultima del pittore, prematuramente scomparso nel 1957. Coincidenza che ha suggerito ad Alberto Longatti nel 1966, nel catalogo della retrospettiva che insieme allora realizzammo, a Villa Olmo e nella Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano, presentando anche alcuni esempi di tale finale atipico momento suggestive connessioni tra vicende esistenziali ed esiti artistici.
Della morte "così repentina e non preannunciata da alcun sintomo", a cui il pittore "certo non pensava", scriveva Longatti, sarebbero peraltro appunto "leggibili sconcertanti segni premonitori" negli ultimi dipinti, ove "I'equilibrio, il nitore architettonico della struttura grafica, i difficili accostamenti di colori, sembrano non appagarlo più e nella modellazione grafica di forme rotanti nello spazio acceso da tinte rosseggianti, di allucinata violenza, egli passa, senza motivo apparente, al magma, all'informe, alle macchie; sembra voler accettare, in una parola, il caso, per una sorta di stanchezza nel sottostare al dominio della ragione. Qualcosa s'è spezzato dentro i suoi quadri, qualcosa si frantuma entro di lui e arriva la fine".
L'incrinatura dell'universo di forme esatte cui s'era applicato per decenni, nei lavori qui presentati sensibili (e più ancora in altri del successivo triennio, nella ricordata retrospettiva esposti) è certo sintomo d'una revisione critica delle metodologie e degli obiettivi medesimi in precedenza da Rho condivisi. Ed è verisimile che non fosse priva di implicazioni psicologiche. Non credo però si trattasse d'una vera e propria rottura. E invece piuttosto dell'insoddisfazione per quella scansione idealisticamente astratta delle forme e per quella loro organizzazione compositiva, secondo un geometrismo alla fin fine convenzionale, meccanico che limitava il suo bisogno di oggettività, nei precedenti decenni espressosi nell'aspirazione ad un non esterno rapporto tra arte e tecnica, tra creazione individuale e procedimenti produttivi, nonchè nella stringente esigenza di concretezza, di risoluzione della teoria nella prassi, nonchè nello stesso preminente e diretto riferimento ai materiali.
A provocare la nuova scioltezza pittorica, la vibrazione del segno, i contrasti vivaci tra addensamenti e rarefazioni cromatico-luministiche, il gusto per l'esibizione di striature decise e persino certe allusioni materiche, attraverso la macchia, fu certo l'informale, allora come ben si sa largamente diffuso, che offriva la possibilità d'un fare più direttamente legato al fenomeno, più concreto, sia pur d'una concretezza altra da quella prima da Rho ricercata: cioè più interna all'atto del dipingere, con espliciti coinvolgimenti esistenziali anche, che non son certo di necessità segno di debolezza, di rinuncia.
Che anzi, nei protagonisti maggiori del clima artistico diffusosi tra la metà degli anni Quaranta ed il successivo decennio, consentirono radicali rinnovamenti di linguaggio ed una più diretta, fresca espressività.
Analoghe ripercussioni dell'informale sono del resto rintracciabili in tutta l'area dell'astrazione geometrica, anche in autori rigorosissimi, quali un Nigro o, tra i compagni di strada di Rho fin dagli anni Trenta, un Veronesi. Nè è estraneo a siffatta situazione il medesimo Radice, che vi ritrovò l'incentivo per quella flagranza trepida di colori che già aveva fatto lievitare tanti suoi capolavori nell'anteguerra, e che ora rinvigorisce con un sottile, vibrato materismo. Senza d'altronde rinunciare a quelle coordinate razionali che, al di qua della geometria e del comporre, erano e restavano il fondamento dei suo operare. Non diversamente che in Rho, appunto come anche qui si può agevolmente verificare.
Sotto il palpitare del segno, il frangersi concitato della luce e le dilavature del colore permane una netta strutturazione ad incroci ortogonali o ad intrecci ovoidali. Solo in filigrana talvolta, oppure più chiaramente rivelata.
Ed in connessione con quelle altre opere che negli stessi anni e mesi Rho dipingeva, riconfermando il del resto inevitabile aggancio con le matrici delle sue pionieristiche esperienze astratte degli anni Trenta: anch'esse, peraltro, va ricordato, estranee alla coniugazione monocorde di stilemi unidirezionati, aperte com'erano dialetticamente a modelli plurimi, da Mondrian a Van Doesburg e da Kandinsky a Moholy-Nagy ed a Vordemberge Gildewart.


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