Archivio Attivo Arte Contemporanea
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Gabriella Belli - Annamaria Marchionne
Remo Bianco - Arte e scienza
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All'inizio degli anni '60 l'attività di Bianco si orienta verso nuovi ambiti di ricerca. E’ infatti il mondo scientifico e tecnologico che ora maggiormente lo affascina e che lo spinge a ricercare in alcuni procedimenti chimici e fisici una possibile dimensione estetica. Nei laboratori di una industria chimica in Svezia, Bianco scopre nel processo di combinazione del sephadex (una gelatina che ha la proprietà di separare le sostanze secondo il loro peso specifico) con altre sostanze delle proprietà cinetiche e cromatiche - quest'ultime ottenute con l'impiego dell'anilina - il cui portato estetico sortisce l'effetto di rendere sempre più flessibili i confini tra attività artistica e ricerca tecnologica e scientifica. La ricerca del "cielo in vitro" come Bianco definirà le valenze estetiche liberate dal processo chimico del sephadex percorre, in un certo qual modo, la strada di un antico pensiero alchemico, dove la "liberazione dell'oro dal metallo volgare" assumeva il senso di metafora di quel processo di conoscenza che apriva il cammino alla liberazione dell'uomo dalle fondamentali contraddizioni della vita. Una strada questa percorsa già da Marcel Duchamp, il cui linguaggio simbolico sembra essersi foggiato sui modelli del pensiero alchemico: "voi che avete del piombo nella testa, fondetelo per farne dell'oro surrealista", questo imperativo, comparso in un manifesto del movimento surrealista, sembra essere la parafrasi dell'antica ingiunzione posta all'iniziato all'alchimia "trasformatevi da pietre morte in pietre filosofali vive". Nelle opere di Duchamp infatti non solo si trova puntuale corrispondenza, sul piano iconografico, con i simboli della tradizione alchemica, ma è soprattutto ravvisabile quell'aspirazione alla liberazione dal "conformismo estetico" che può a ragione essere identificata con l'anelito degli antichi alchimisti verso "l'aurea comprensione". In queste ricerche di Bianco risulta chiaramente leggibile quest'identica necessità di liberazione dal conformismo estetico, necessità che come ha permesso a Duchamp di elevare i "ready-made" a dignità di opere d'arte attraverso la semplice scelta dell'artista, così induce Bianco a investigare nel mondo della produzione tecnologica e scientifica alla continua ricerca della trasformazione in opera d'arte dell'oggetto comune attraverso una "saggezza" che sa riconoscere, distinguere con un sigillo o una firma la bellezza che ci circonda nelle cose di tutti i giorni. Questo procedere non caratterizza soltanto questa fase della ricerca di Remo Bianco ma, come abbiamo visto, impronta tutta la sua produzione, coerentemente sviluppata all'insegna di questo rifiuto del concetto tradizionale di opera d'arte, in favore di un "avvicinamento estetico" alla vita, che indubbiamente in Bianco non ha i connotati di quella reazione di "indifferenza visiva alla totale assenza di buono o cattivo gusto" che orienta invece le scelte dei ready-made di Duchamp: in Bianco è riscontrabile ancora infatti una sorta di "diletto estetico", proiezione dei fantasmi di un immaginario evocato dalle memorie del suo tragitto esistenziale. In linea con queste esperienze di Bianco deriveranno, negli anni successivi, gli esperimenti con il fumo, con l'aria e con il fuoco e anche, come estrema conseguenza di questo atteggiamento di ricerca, le "cabine terapeutiche", i "quadri parlanti" e il "cimitero vivente". L'idea di un'arte "psicoterapica compensativa" sottende alla realizzazione di una serie di cabine dove allo spettatore è offerta la possibilità di vivere un momento liberatorio dalle proprie ossessioni attraverso l'ascolto di registrazioni che lo liberano appunto da particolari stati psicologici. I quadri parlanti del '72-'74 consistono invece in una serie di tele bianche o nere predisposte per la trasmissione di registrazioni autobiografiche di gente comune: "abbiamo l'abitudine di vedere un quadro con gli occhi ma si può anche vederlo con le orecchie, via ugualmente breve e immediata ma che ha il vantaggio di una maggiore possibilità creativa" così scrive Bianco nel presentare queste opere in una esposizione del 1976 offrendoci una prima chiave di interpretazione di questi quadri, determinata dall'ampliamento delle possibilità di comunicazione del quadro stesso ottenute dalla sollecitazione di più strumenti percettivi. Ma lo spettatore è chiamato a stabilire un rapporto ben più "intimo" con il protagonista delle testimonianze autobiografiche registrate. Il quadro non si limita infatti alla sollecitazione percettiva ma evoca nuove suggestioni in cui la presenza della voce umana afferma l'utopia di un'eterna presenza che sembra voler sfidare lo spazio, il tempo e la morte stessa. Sempre al concetto di testimonianza autobiografica, intesa anche come patrimonio di verità e di esperienza restituito dalla morte alla vita, si collega il progetto per un cimitero vivente realizzato da Bianco alla metà degli anni '70. Il filo conduttore di questa seconda fase di ricerca, che prende avvio dalle stanze asettiche dei laboratori svedesi e giunge alle tentazioni del dialogo con la morte del cimitero vivente, sembra potersi identificare da un lato con il riscatto di tutte le possibilità sensoriali del corpo, permesso da mezzi dovuti alla più avanzata tecnologia, dall'altro con l'addentrarsi in percorsi rituali, dove, come dirà Tadeusz Cantor ne Il Teatro della morte (1975), "Sono soltanto i morti che diventano percettibili (ai vivi), conquistando così, a questo altissimo prezzo, il loro stato separato, la loro distinzione, la loro forma abbagliante e quasi clownesca".

Art and science

In the early 70's, Bianco's artistic activity turned towards a new sector of research. Fascinated by the world of science and technology, he sought a possible aesthetic dimension in chemical and physical procedures. In the laboratory of a Swedish chemical company Bianco discovered, in the combination of sephadex (a gel capable of dividing substances according to their specific weights) with other substances, some kinetic and chromatic properties (the latter obtained by means of aniline) which had the aesthetic effect of making the barrier between artistic activity and technological and scientific research increasingly flexible. The search for the "sky in vitro", as Bianco called the aesthetic values released by the chemical process of sephadex, followed the path of an ancient concept of alchemy, in which the "release of gold from base metal" becomes a metaphor for that process of learning that leads man to free himself of life's fundamental contradictions. Marcel Duchamp was a supporter of this concept and his language, in fact, is filled with symbols taken from alchemy: in the manifesto of the surrealist movement, Duchamp's command "melt the lead in your head and change it into surrealist gold" seems a paraphrase of the old injunction given to initiates of alchemy "turn yourselves from deadstones into living philosopher's stones". We can find in Duchamp's works not only an iconographical correspondence with alchemic symbols, but also a strong aspiration to free ourselves from the "aesthetic conformity", an aspiration which can be rightly identified with the alchemists' yearning for "golden comprehension". In these works, Bianco is driven by the same need for freedom from aesthetic conformity. And as Duchamp raised "ready-made" to the dignity of works of art by simply choosing them, so did Bianco investigate the world of technology and science and transform an ordinary object into a work of art by "wisely" recognizing and designating with a seal or monogram the beauty which surrounds us in everyday objects. This characterizes not only this phase but all of Bianco's production, based on rejection of the traditional concept of work of art and the consistent support of an "aesthetic approach" to life. But unlike Duchamp, who by choosing the "ready-made" presented a "visual indifference to the complete absence of good or bad taste", we find in Bianco's works a kind of "aesthetic delight", a projection of imaginary ghosts evoked by the memories of his existential journey. As a consequence of these experiences, Bianco later experimented with smoke, air and fire, but the ultimate result of such a research approach was his "therapeutic booths", his "talking paintings" and his "living cemetery". The idea of "compensatory of psychotherapeutic" art led to the creation of a series of booths where to the spectators were given a chance to shed their obsessions by listening to tape-recordings which truly liberated them from particular psychological states. The "talking paintings" of 1972-74 were a series of white or black canvases that transmitted recorded autobiographies of ordinary people -"We usually see a painting with our eyes but we can also see it with our ears, equally brief and immediate, but with the advantage of greater creative possibilities", Bianco wrote in the presentation of these works at an exhibition in 1976; this was the first key to the interpretation of these paintings, where the possibilities of communication are increased by stimulating a greater number of modes of perception. But the spectator is asked to establish a more "intimate" relationship with the protagonist of the recorded autobiographical testimony. The painting not only stimulates our perception but also evokes new sensations in which the presence of the human voice affirms the utopia of an everlasting presence which seems to challenge space, time and death itself. Linked to the idea of an autobiography conceived as a fount of truth and experience taken from death and given back to life, is Bianco's project of a living cemetery, carried out in the mid-70's. During this second phase of research, starting in the aseptic rooms of Swedish laboratories and terminating in the temptations of dialogue with death in the living cemetery, the leitmotiv seems to be, on the one hand, the freeing of all the body's sensorial possibilities, thanks to the most advanced technology, and on the other the penetration into ritual paths where, as Tadeusz Cantor said in The Theatre of Death (1975): "Only the dead become perceptible (to the living), thus acquiring at such a high price their separate condition, their distinction and their dazzling, almost clown-like form".


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