Archivio Attivo Arte Contemporanea
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Gabriella Belli - Annamaria Marchionne
Remo Bianco - L’arte improntale
english text




Verso il '48 Bianco inizia a realizzare le prime opere del ciclo dell'arte improntale. Si tratta per lo più di bassorilievi, in gesso o materiale plastico, riproducenti, in un calco che ne ha modellato le superfici, le forme di "objets trouvés". La scelta degli oggetti destinati a lasciare la propria impronta non è affatto casuale, ma sottintende un necessario rapporto con l'esperienza esistenziale dell'artista: "tutto ciò che è venuto a contatto con me" scrive infatti Bianco nel manifesto redatto nel 1956. L'impronta - chiarirà ancora l’artista nel manifesto - è una risposta ad una necessità di "riappropriazione" della realtà attraverso il suo "doppio": all'impronta dell'oggetto è dunque affidato il compito di presentazione di una realtà "altra", dove gli oggetti stessi, come osserva Miklos Varga, assumono il "significato di una metafora liberatoria". Filo conduttore di tutta l'arte improntale pare essere la necessità di superare il rapporto contraddittorio tra l'uomo e le dinamiche di "sviluppo" sociale, imposte da una realtà che "ci circonda sempre di cose nuove": per Remo Bianco questa ricerca di superamento avviene dunque attraverso la fissazione spazio-temporale degli oggetti, che l'artista "rivisita", investendoli di valenze simboliche, in cui il recupero di brani di memoria si traduce in una sorta di "imbalsamazione" dei frammenti di esperienze esistenziali. Si viene così a realizzare, sin dalle prime prove, un confronto tra esperienza estetica ed esperienza esistenziale, che porterà Bianco a sviluppare la poetica dell'arte improntale nelle cosiddette "impronte viventi" del 1964. Già nel manifesto del '56, Bianco aveva intuito questa necessità dell'uomo d'essere, egli stesso, impronta della realtà sociale: lo sviluppo di questo pensiero lo porta ad un allargamento della realtà da esperire che comprende appunto, in questa seconda fase, anche il coinvolgimento dell'uomo. Si registra così il passaggio dalla fissità degli oggetti inanimati all' "azione" di manichini viventi, collocati in "vetrine", piani trasparenti per inquietanti "messe in scena". Allo stesso periodo appartiene anche una serie di assemblages, in cui l’operazione di appropriazione della realtà, scardinata dal sentiero della vita pratica, è affidata ad una sorta di rituale, capace di trascinare l’oggetto nella sfera dell'arte: gli elementi attinti dalla realtà vengono divisi, catalogati, avvolti, imballati in sacchetti di plastica, che "nascondono" e "celano" gli oggetti stessi, per essere successivamente introdotti e assimilati nello schema formale del quadro, dove conservano la loro struttura indipendente data dai ritmi delle suddivisioni nei contenitori. L'interesse di queste opere risiede soprattutto nell'operazione di avvolgimento e imballaggio che, diversamente dal Dadaismo, è qualcosa di più di una semplice presenza provocatoria di oggetti: è una "ricerca" e un' "attività" in rapporto ad un oggetto. La funzione di avvolgere implica infatti una necessità di ammassare, isolare, conservare, trasferire, all'insegna di un gusto dell'ignoto e del segreto, che realizza una sorta di rito ossessivo nella sua iterazione.

Relief-images art

Around 1948 Bianco began his first works in the relief-image cycle. These were primarily plaster or plastic bas-reliefs made by forming the surface over objets trouvés, reproducing their shapes. The choice of the objects destined to leave their relief-image was not the least bit random but supposed a necessary relationship with the artist's existential experience: "everything that has come into contact with me" wrote Bianco, in fact, in his manifesto of 1956. The relief-image - the author goes on to explain in his manifesto - is the response to a need to "reappropriate" reality through its "double": the object's relief-image thus serves to produce "another" reality, where the objects themselves, as Miklos Varga observes, take on the "significance of a liberating metaphor". The leitmotiv of all relief-image art seems to be the need to overcome the contradictory relationship between man and the dynamics of social "development", imposed by a reality which "continually surrounds us with new things": for Remo Bianco, this quest to overcome, takes on the form of fixing the objects in time and space; the artist "revisits" them, endowing them with symbolic values, in which the recovery of scraps of memory takes on the form of "imbalming" fragments of existential experience. From the earliest attempts, aesthetic experience was then contrasted with existential experience, which was to lead Bianco to develop the poetry of relief-image art into his so-called "living relief-images" in 1964. In this manifesto of 1956, Bianco had already sensed man's need to be himself the relief-image of social reality; the development of this idea led him to enlarge the reality to be attempted, also involving man in this second phase. Thus there was a shift from the fixity of inanimate objects to the "action" of living mannequins, placed in "display windows", transparent planes for disconcerting stagesettings. A series of assemblages belong to the same period; here the process of appropriating reality, thrown off the path of practical living, is presented as a sort of ritual, able to draw the object into the sphere of art: the elements borrowed from reality are divided, catalogued, wrapped, packaged in plastic bags which "hide" and "conceal" the objects, which are then introduced and assimilated into the formal scheme of the picture, where they retain their independent structure provided by the rhythms of the container arrangement. These works are interesting primarily because of the wrapping and packaging operation which, unlike Dadaism, is something more than a simple provocatory presence of objects: it is "research" and "activity" in relation to an object. The wrapping function, in fact, implies a need to ammass, isolate, conserve, transfer, with a taste for the unknown and secret, which in its repetition creates a sort of obsessive rite.


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