Archivio Attivo Arte Contemporanea
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Gabriella Belli - Annamaria Marchionne
Remo Bianco - Le appropriazioni
english text




Verso il 1965 si apre per Bianco un periodo di ricerca più propriamente concettuale affidato ad una serie di opere facenti parte del ciclo delle appropriazioni: ancora una volta l'operazione estetica non consiste nella creazione di forme ex-novo ma piuttosto nell'appropriazione di oggetti, persone, situazioni, cose, dati nella realtà. Al ciclo delle appropriazioni appartengono le "sovrastrutture", le "occasioni perdute" e le "bandiere". Nelle sovrastrutture Bianco interviene sulla realtà, da lui scelta come possibile dimensione estetica, imprimendole "una specie di marchio o di sigla personale" che destina gli oggetti ad appartenergli per sempre. Il processo di appropriazione si realizza così o con la sovrapposizione di uno strato di neve artificiale (la neve era già stata intuita peraltro verso il '52) che trasforma oggetti, sculture o persone in nuove "presenze" della realtà, o attraverso le trafitture cui Bianco sottopone vecchi oggetti ritrovati o sculture offerte alla sua curiosità, appartenenti a stili ed epoche diverse, secondo un processo di appropriazione dove la neve artificiale lascia il posto ai cunei conficcati nello spessore delle sculture. E qui l'operazione di appropriazione, pur realizzandosi sempre entro una sfera ludica, sembra trasformare l'ironia della neve artificiale in un gioco della crudeltà. Accanto a queste sovrastrutture si possono porre anche i bianchi marmi riscaldati da resistenze elettriche, che sono concepiti, sempre all'insegna di un intento demistificatorio, per dilatare le possibilità di comunicazione dell'opera attraverso forme di fruizione in cui vengono sollecitate le diverse facoltà sensoriali. E non è un caso che tutte queste particolari esperienze, nate da una volontà di sovvertimento dei linguaggi tradizionali, stabiliscano puntuali e precisi riferimenti con la situazione storica della seconda metà degli anni sessanta. Pur se cronologicamente più tarde, si collocano infatti verso gli anni '70, anche le cosiddette "occasioni perdute" che costituiscono un filone della ricerca intrapresa da Bianco con le appropriazioni. In alcuni casi l'artista utilizza una tessera tratta dalla scacchiera dei tableaux dorés sovrapponendola, come una sigla personale, a riproduzioni di opere di altri artisti, copertine di riviste o immagini fotografiche tratte da diversi giornali. In altri casi invece Remo Bianco, con un fotomontaggio, inserisce il suo tableau doré. diventato bandiera, nella realtà riprodotta dalla fotografia; in altre occasioni la bandiera viene issata tra quelle di altri paesi o collocata negli spazi di rappresentanza di edifici ad indicarne simbolicamente l'avvenuta appropriazione. Anche il fotomontaggio che gli permette la sostituzione di elementi architettonici dati nella realtà, con l'inserimento di nuove strutture architettoniche date dall'immaginazione, come nel caso del campanile di S. Marco a Venezia sostituito da una torre di carte da gioco, può essere ascritto al ciclo di ricerca delle appropriazioni. Ancora una volta dunque l'appropriazione genera la riconquista di uno spazio per una presenza dell'artista in una realtà che viene smontata e ricomposta secondo modelli dell'immaginario, che permettono uno straniamento ironico dai luoghi comuni prodotti dai modelli culturali dominanti.

The appropriations

Around 1965 Bianco began a period of more purely conceptual research represented by a series of works belonging to the appropriations cycle: once again the aesthetic operation was not the creation of forms ex novo but rather the appropriation of objects, persons, situations, things out of reality. The appropriation cycle includes the "superstructures", "missed opportunities" and "flags". In the superstructures, Bianco acted on the reality chosen by him as a possible aesthetic dimension, marking it with "a sort of trademark or personal seal" which destined the objects to belong to him forever. The appropriation process is achieved in this way or by superimposing a coat of artificial snow (an idea which had already been conceived in 1952) which transforms objects, sculptures or persons into new "presences" of reality, or through the piercing to which Bianco subjects old objets trouvés or sculptures which attract his curiosity, belonging to different styles and periods, according to an appropriation process where the artificial snow is replaced by dowels thrust into sculptures. And here the appropriation operation, though still done in a playful vein, seems to transform the irony of the artificial snow into a cruel game. Alongside these superstructures we find the white marbles heated with electrical resistances designed to give the work greater communicational possibilities by stimulating the various sense faculties of the spectator, following the same demystifying purpose. It is no accident that all these particular experiences, born of a desire to undermine traditional language forms, make precise references to the historical situation of the last half of the 'sixties. Though chronologically later, around the 70's, in fact, the so-called "missed opportunities" are part of the research Bianco undertook with the appropriations. In some cases the artist takes one little square out of a tableau doré and using it as his personal monogram, puts in on reproductions of other artists' work, magazine covers or newspaper photographs. In other cases the tableau doré becomes a flag and is inserted by photomontage into the reality of the picture; or the flag is hoisted among those of other countries or is placed in front of a building as a symbol of appropriation. Through photomontage, Bianco replaces the architectural elements of reality with new architectural structures of the imagination: the replacement of the bell tower of St. Mark's Square in Venice with a tower of playing cards can be ascribed to the appropriations cycle. Then again appropriation is a tool used by the artist to capture space within a reality which is dismantled and reassembled according to imaginative patterns, permitting him a humorous estrangement from the cliché of predominant cultural patterns.


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