Alessandro Facchini


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LE FAVOLE ECCESSIVE DI ALESSANDRO FACCHINI

Dunque, Alessandro Facchini. Artista che chiamerei dell'intermittenza, uno che ora "cíè" e subito dopo scompare, quando, beninteso, il tempo non venga misurato in termini di mode estetiche, ma d'umori e di poesia. E questo perché si è deciso di portare in parallelo arte e vita, giocando magari al gioco delle parti, per non essere costretti a credere troppo all'arte e farsi castigare troppo dalla vita. Ma anche, o forse soprattutto, perché si è scommesso sulla propria sopravvivenza "sottile", quella che mai la storia e i sistemi filosofici potranno prendere sul serio e che è invece appannaggio del dandy e del poeta, unici tra gli umani a godere di irresponsabilità assoluta. Le congiunture mondane non fanno per Facchini, questo è certo. Né tantomemo le strategie del mestiere, né la noia mortale che queste portano con sé. L'arte viene allora fuori per polluzione spontanea, attestandosi senza possibilità di dubbio come categoria esistenziale, come espediente, consolazione, mania e vizio. Ma al suo posto avrebbe potuto esserci qualcos'altro. La storia di Facchini artista è sempre stata all'insegna di questa aderenza "gratuita" al mondo, fin dal periodo del pop soffice - siamo a metà degli anni settanta - quando nei suoi quadri le cose avevano già preso una soave fissità. Erano simulacri gentili, oggetti più svuotati che abbandonati, chiesti in prestito forse dal repertorio di Gnoli, ma inerti e innocenti, incapaci comunque di trasmettere un segno dei tempi. Già da allora Facchini si collocava fuori dalla storia. I suoi non erano né feticci consumati e consumanti, ma neppure profezie macluhaniane. Sineddochi, questo forse sì, anticipazioni di un epos privato appena intuito e pur già "in fuga", illustrazioni di una realtà quale si vorrebbe che fosse, come in un cartoon per sognatori adulti o in una pubblicità senza più messaggi. Fin da allora la leggerezza stava manifestandosi come la primaria tra le coordinate poetiche di Facchini. La realtà quotidiana appariva in uno stato d'imponderabilità, pronta a scomparire sotto i nostri occhi e a trasformarsi prodigiosamente. Non più pago di alludere al microcosmo desiderato, l'artista sarebbe passato di lì a poco a delinearlo esplicitamente, a rifondarlo a modo suo. E la realtà in primis appare fatta di cose, d'oggetti d'amore da toccare e accarezzare, magari assaporare la tattilità e l'oralità sono le prime meravigliose esperienze dell'Io cosciente che rivela la sua naturale vocazione ludica. Ma il bambino, si sa, ama giocare con oggetti da nulla, con forme semplici e basiche che soggiaceranno alla violenza della sua immaginazione. Ecco nascere così un improbabile universo euclideo, prima solo dipinto, poi elaborato in vere e proprie mini-sculture geometriche provocatoriamente ideate, si direbbe, per contaminare di humour la logica rivelata. Lo smascheramento dell'ordine razionale e dei principi matematici avviene su due modalità d'intervento: una che attiene al "maquillage" di questi solidi, che sono dadi, parallelepipedi, coni e cilindri di gesso tatuati da una miriade di pustole colorate, con un effetto di granulazione tono su tono, oppure rosa su bianco, come una decorazione da pasticceria. L'altra riguarda la loro combinazione, tutta risolta in equilibri deliranti e funamboleschi la legge della gravità al nonsense, al paradosso costruttivo. Rare presenze zoomorfe - per lo più rane uccellini meccanici accentuano la dolce metafisica di questi assemblaggi, rendendola, se possibile, più intrigante. La sconfessione di un preciso assetto dell'esperienza universale e delle sue regole, dice di una rotta poetica decisamente orientata verso l'evasione, dentro un universo da assumere, appunto, accanto a quello domestico, in osmosi perfetta. Ne deriveranno favole eccessive destinate a fare da contenitore ai segni sparsi, alle forme e ai materiali di ieri, insomma agli "ingredienti" che l'artista ha scelto via via per organizzare la sua visione. Messa a punto la propria cosmogonia privata, Facchini sente che è giunta l'ora dell'avvento dell'uomo o della creatura che potrà attestarsi a sua immagine e somiglianza. il protogonos che spalanca gli occhi su questo universo è in fondo quello che questo stesso universo si merita: un golem gentile e attonito, imparentato con le marionette di Depero, la testa conica, il naso a cresta, le gambe a fuso, il cappello-aureola da hidalgo. L'artista ce lo propone verosimilmente come un suo alter ego parossistico, in una sorta di identificazione che è insieme retroattiva e futuribile. Un po' Pinocchio, un po' barone di Munchausen, un po' caffettiera di Sottsass. Intorno a lui volteggiano in orbita permanente aguzzi meteoriti esplosi da un pirotecnico bing bang insieme a nuvole color fucsia e cedro. Ingranaggi e frammenti di macchine celibi, le stesse a cavallo delle quali il nostro disarticolato eroe è atterrato sul suo pianeta, levitano in un acquario che non c'è, in una galassia da luna park. Terra incognita ritrovata per esuberanza d'amore, il mondo di Facchini somiglia a un deserto anatolico passato attraverso la mirabolante imagerie di Calvino. Tutto vi appare trasgredito: dalla logica del racconto alla centralità della visione. Sono paesaggi da incruenta apocalisse, aurore boreali dalla consistenza più minerali che atmosferiche, scene dove ogni episodio nasconde un inganno, un'illusione, un'utopia. Prima o ultima alba dell'umanità? Certamente Facchini non ce lo rivelerà mai; e la minuziosa resa formale dell'immagine, che si è fatta musiva e divisionistica, contribuisce ad avallare l'arcano. Quello che possiamo dire con certezza di questa wonderland dove nulla è certo, è che il racconto avrà un seguito. Un robot femmina è apparso ai margini del quadro: un' Eva di glassa e di zucchero, ma dalla perversa determinazione. Come dire che non ci sarà più limite, per Facchini, al possibile.

Giuliano Serafini


ALESSANDRO FACCHINI vive e lavora a Firenze. Espone dagli anni Settanta, periodo nel quale era fra gli artisti che facevano capo alla storica galleria fiorentina "Inquadrature 33". Tra il 1979 e il 1982 ha diretto, a Firenze, il Centro Culturale "Malachite" .In diverse edizioni ha preso parte ad Arte Fiera di Bologna e ad Expo Arte di Bari. È stato invitato a numerose manifestazioni a carattere nazionale ed ha allestito personali in varie città italiane (Firenze, Prato, Verona, Roma, Bologna, Milano). Alcuni suoi lavori fanno parte delle rassegne itineranti " Arlecchino" e "Pinocchio" , organizzate da D'Ars Agency e presentate dal 1998 in varie città italiane ed estere, a New York e Toronto. Del 1998 si ricorda inoltre la Fiera "Arte a Udine" , la personale nel Foyer del Piccolo Teatro a Milano e il "Fiorino d'argento" al XVI "Premio Firenze", De1 2000, la mostra "La notte" allo Studio D'Ars a Milano e a Firenze "Il vino nell'arte" nell'ambito della 63a Mostra dell'Artigianato e le personali a Villa Caruso e all'Atelier Lorena Albisani a Firenze, "Il Piccolo Orologio" Galleria Il Salotto Como, "Omaggio a Luis Buñuel" Centro d'Arte Puccini, Firenze. Nell'ultimo "Premio Italia per le Arti Visive" gli è stato attribuito il premio "Comune di Subbiano".

Di lui hanno scritto:
G.Benighetti, R. De Martino, E. Miccini, E. Natali, T. Paloscia, D. Pasquali, G. Pozzi, G. Serafini, M. Vitiello, D. Vincitorio, S. Benedetti, P. Castellucci, C. Marsan, R. Fiorini, F. Rossi, M. Caldarelli, S. Carrozzini, M.G. Chiesa, G. Trotta, P. Landi, E. Allegri, G. Falciola, M.P. Moschini, S. Della Val.


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