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Attivo Arte Contemporanea
Galleria d'Arte Il Salotto
Marcello Pietrantoni
disegni
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IDOLI DINAMICI Le scene grafiche di Pietrantoni vengono, come le sue sculture, da molto lontano. Rudi cominciamenti dell’essere, resistono con tutte le forze del loro isolamento al banale scandaglio psicologico proprio trattenendo negli imposti confini del loro spazio esiguo infinite esplosioni del senso, tutte le destabilizzazioni della percezione che si nascondono dietro il segno immobile dell’idolo. Mesopotamia, Etruria, sacralità andine, veneri .e madri e sacerdotesse di prima della storia, orfismo di linee cariche di rifrazioni interne, brulicare di suggestioni figurate le più inusuali: i contenuti possono per l’artista assumere qualsiasi metamorfosi, una sorta di esuberanza plastica fuggitiva pari allo sguardo en passant proustiano, pronto più degli altri a raccogliere l’intensità non localizzabile del momento. Gli idoli di Pietrantoni, i suoi individualizzati santuari sono a nostro avviso contemporaneamente questo sorgere frontale dell’immagine e insieme lo zigzagare blasfemo e imprendibile dei significati; residenze sorvegliate di una ricerca inesauribile sui limiti e sulle dimensioni tanto cosmiche quanto imperscrutabili del senso. Sintesi, allora, delle generose e ancora indistinte gestazioni delle origini, queste figure fouillées en relief, lavorate da uno scorrere in superficie, saranno per altro verso forma dell’eterna consunzione delle sostanze indagate dalla mano del disegnatore; pronto a sfidare l’ottusa linearità e piattezza dell’esistenza umana in nome di fluide, viscose emulsioni di emozioni, precipitati emotivi, oserei dire, quasi corpi che attraversano la storia senza pretendere mai alla verità, e invece solo disposte a un dionisiaco attraversamento delle ère, a partecipare dinamicamente al gai savoir che sta al di là del bene e del male.. Si, per Nietzsche “la voluttà è l’insopprimibile riconoscimento del futuro e del passato nell’istante presente”; per Pietrantoni, che ha più visionarietà e meno cecità dei filosofi, le figure presenti non sono esempi di dissoluzione bensì manifestazioni molto concrete dell’essere, sovraimposte con la loro straordinaria astrazione all’esercizio delle singolarità atomiche che casualmente le vengono a comporre. Realia quia absurda, luoghi del transito, in nulla ideali di bellezza o trascendenze archetipiche. Euforie istantanee con regolare cittadinanza però entro la grande diplomazia del Tempo, atlante o libero repertorio di gesti dove la vita si agita come l’aria nel cielo e il mare nel mare. Ogni momento di questi spazi figurati corrisponde a cifre segrete, e questo è uno dei punti acquisiti dalla critica riguardo all’opera tutta di Marcello Pietrantoni. Invero, specialmente in questi esempi grafici l’artista è riuscito persino a capovolgere tale certezza, facendo della metafisica un insieme di favole semplici e dirette, di magica efficacia almeno quanto ogni immagine riesce a contenere (ed esibire) un’aleph, un culmine delle predilette tematiche, Tempo e Caso, Labirinto e Mistero, Origine e Storia... Ebbene, in ognuno di questi profili esatti e rattenuti vivono avvenimenti interiori, ipotesi, frammenti di ragionamento, possibilità di racconto. Nulla accade realmente, nulla sembra aver luogo e ogni cosa invece vibra e risuona delle infinite combinazioni dei segni densi, nell’immota prestanza di una Figura. E dunque all’opposto della sterile pantomima degli umani ‘veri’ (una maledizione e insieme una grazia, come fu per le marionette di Kleist), le Figure qui distribuite alla visione fanno appello ai pozzi segreti dell’anima, anime di altri mondi che sfilano come ombre di velieri sconosciuti e silenziosi. Frazioni, forme semplici appunto ma ampliate ab origine a dimensioni superiori, a principi di conoscenza che non hanno timore a provarsi nel misurare cielo e terra. Né ci si annoia in questa sequenza e nei mondi che essa evoca, perché di solito ci si annoia — lo ‘spiega Crébillon — solo quando si ama mediocremente. E Pietrantoni è talmente appassionato e gioiosamente libero nello scandaglio decennale del suo universo figurato che siamo pronti a riconoscergli il progetto di articolare una specie di grammatica della lingua figurata degli dèi, dove sostanze e accidenti si confondono e l’artista primigenio, miticamente felice, ritrova se stesso come misura di tutte le cose. Marcello Ciccuto |
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