Esistono pittori - la storia dell'arte ne è piena - che sentono incombere su se stessi una ineluttabile necessità, un impellente desiderio. Quello di disegnare e di ritrarre figure, siano esse corpi, alberi, monti o paesaggi. C'è invece chi, liberato da tale pesante fardello, desidera evadere da questo schema a volte troppo restrittivo. O almeno vuole andare oltre, indirizzandosi verso altre forme di creatività. Esempio lampante di questo atteggiamento è Walter Trecchi, pittore ancora giovane e novello di esperienze espositive, e quindi, fortunatamente, ancora fresco e vergine da condizionamenti culturali e artistici, che pure esistono e si fanno sentire. E questa caratteristica è così evidente che quello che ne risulta sui suoi quadri, altro non è che la sua cifra espressiva più propria. Sarebbe forse meglio dire che quello che Trecchi mostra è il suo "se stesso" più intimo e nascosto e non certo uno scimmiottamento o una vaga copisteria di vari esponenti dell'universo artistico. Trecchi, in poche parole - quelle stesse parole che lui usa con misurata moderazione - vuole esprimere solo se stesso e lasciarsi andare, libero da condizionamenti o vincoli di scuola o di stile. Non per nulla le sue opere hanno un titolo unico di per sé molto eloquente: "Essenza", ovvero quell'"ousia" di aristotelica memoria, che indica "ciò per cui qualcosa è" e che rimane immutabile e assolutamente ineffabile di fronte allo scorrere del tempo e alle mutazioni contingenti. Ed ecco, quindi, che le sue tele e le sue tavole - in cui trovano spazio l'uso e l'utilizzo di altri materiali - divengono anche il palcoscenico di un teatro dove si rappresentano i momenti più intimi, più nascosti del proprio essere. Trecchi graffia, griffa, incide cromaticamente e traccia i propri segni sui supporti che egli usa, quasi si trovasse di fronte a un muro, nelle cui intercapedini sbrecciate si possa e anzi, si debba concretamente ricercare, ora, le testimonianze di una vita, ora, le esperienze di un'esistenza, ora invece, le fuggenti passioni di un'occasione. Queste sue tracce diventano sostanziali nell'ottica globale del suo lavoro. La struttura compositiva, infatti, delle sue opere si nutre di questi segni pittorici, mai casuali, e che riescono a infondere in esse una vibrante sensazione di vitalità, mai statica, immobile e definita. E forse questi accenni a una tematica intimista rendono meno necessaria la classificazione stilistica della sua pittura. Astratto, certo; informale, forse di più; lontano però, solo apparentemente, da un linguaggio puramente figurativo, da cui, me lo si consenta, Trecchi non riesce pienamente a staccarsi, anche se questo accade solo a livello inconscio, sia per tradizione culturale e familiare e di effettiva storia personale artistica. Ma parte di un processo squisitamente dialettico, questa fase figurativa - seppur nascosta e presente solo 'in potenza', per usare un altro termine aristotelico - rimane comunque, e fortunatamente, essenziale nell'ottica globale del suo lavoro, simile a quei segni vitali, che Trecchi riporta sulle sue tele.
Carlo Ghielmetti
Walter Trecchi è nato a Como nel 1964. Diplomato presso il Setificio di Como, si è successivamente specializzato nell'ambito del disegno per tessuti. Nel 1998 è stato finalista al Premio Nazionale "Arte". Vive e lavora a Torno (CO).
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