Marco Grassi GRAMA


Marco Grassi GRAMA
"Blood flowers", olio su tela - 1996 - cm 140 x 140

Marco Grassi GRAMA (Milano 1966) Liceo Artistico e Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano. Inizia ad esporre nel 1991 dimostrando una forte personalità artistica apprezzata in Italia ed all'estero. Innumerevoli le partecipazioni a collettive come riconoscimenti e premi. Tra le principali personali ricordiamo: 1991 Castello di Carimate. 1992 Palazzo Beauharnais, Pusiano d'Erba; Studio D'Ars Milano; Galleria 9 Colonne, Palermo. 1993 La Filanda, Verano Brianza; Museo di Muggia, Trieste; Banca Popolare di Milano, sede di Seregno; Citibank, Genova; Galleria 9 Colonne, Venezia; Torre del Guado, Pizzighettone; Galleria Il Salotto, Como, Galleria L'Ariete, Roma; Ex Chiesa di S. Carpoforo, Milano. 1994 Galleria Dissemination, Milano; Galleria La Filanda, Verano Brianza. 1995 Galleria il Salotto, Caglio; 1996 La Filanda, Verano Brianza.

Dell'opera di Marco Grassi, nel 1994 Roberto Sanesi scrive: Impetuosa, impaziente, di gesto rapido, apertamente emozionale, "barbarica" sembrerebbe sfuggire a ogni regola pregiudiziale d'impianto, di calcolata impostazione strutturale, così affidata com'è all'immediatezza, sia dell'esecuzione che della sua lettura. A prima vista si impone come dovuta a un nuovo Sturm und Drang, a una sorta di impeto che si mostra quasi fisicamente, fino dal metodo, dalla tecnica, che si accentua nel corpo del colore, nell'incisività dei tratti, in una totale evasione dai limiti dello spazio dato, come segnale di una continuità fluida, moltiplicabile in qualsiasi direzione. [...] Perché il metodo che caratterizza in modo più convincente l'atteggiamento un po' visionario di Marco Grassi è quello che mette in evidenza un "process", una proliferazione, una serie di metamorfosi, una dispersione a catena. E' in questo senso che si giustifica infatti "il dinamismo del segno e del gesto unito al richiamo della figura".

NUOCE GRAVEMENTE ALLA SALUTE di Andrea Paradisi (John Oxcutter)

"E' vero: amiamo la vita non perché siamo abituati alla vita, ma perché siamo abituati ad amare. C'è sempre un po' di follia nell'amore. ma c'è sempre un po' di ragione nella follia" (Nietzsche)
Soggettività? Oggettività? Antico binomio, interminabile disputa.
Provo a dire la mia su alcuni quadri di Marco Grassi, ovvero sulla serie dei "suicidi ironici".
Non possiamo dubitare che la maggior parte degli atti autolesionistici raffigurati sia scherzosa, persino umoristica: in effetti, non si è mai visto chi sia riuscito a togliersi la vita stritolandosi un orecchio nello schiaccianoci, o sparandosi con il pistolone dei cartoni animati; e neanche il più brianteo tra noi riuscirebbe a farsi fuori con il tipicissimo attrezzo del falegname, "ul smurzèt", o morsetto da stringersi a mano.
Però rischiamo di rimanere turbati dal più ambiguo di questi quadri; il coltellaccio è terribilmente realistico, ma la smorfia non sembra atteggiata, il gesto non appare artefatto. Ma cosa ci fa quello sfondo di fiori, resi con tratto un po' manierato, nel pieno del loro splendore?
Vengono alla mente citazioni più o meno colte.
Guccini (in "La canzone dei dodici mesi") canta: "Con giorni lunghi di colori chiari, il dolce Aprile viene/Quali segreti scoprì in te il poeta, che ti chiamò crudele?".
Il poeta è Thomas S. Eliot ("La terra desolata"). Io ci ho messo un bel po' a capire il senso di questo. Ho sentito quanto ciò fosse vero quando ho passato un periodo di dura sofferenza: se la primavera intorno sboccia, ma il tuo cuore è in inverno, il contrasto è stridente, crudele, lacerante; può portare ad atti irrimediabili. Mi ha aiutato a capirlo anche Petrarca (sonetto "Zefiro torna"), quando racconta come il risveglio della natura non faccia che acuire in modo insopportabile la sua disperazione (per la scomparsa dell'amata insostituibile).
Che anche Grama stia passando attraverso un analogo processo interiore? Forse il suo tormento si purifica/sublima negli atti pittorici, lasciando però - come nel quadro che provvisoriamente intitolerò "Suicidio in Primavera" - qualche dubbio inquietante.
Ma pare - per fortuna - che siano tutte elucubrazioni senza nesso con la realtà: almeno, con la realtà dell'autore che parla del quadro di cui stiamo discutendo.
Appena ho dichiarato, vedendo l'opera per la prima volta, la mia perplessità per il contrasto, che temevo di essere costretto a interpretare nei termini sopra descritti, non ho potuto iniziare la mia possibile lettura tragica; Grama mi ha subito interrotto dicendo che anche in quella tela doveva per chiunque essere chiara l'ironia: chi mai penserebbe di suicidarsi, con intorno tanta natura in fiore?!
Può darsi però che io compri il quadro, e nonostante le prevedibili proteste dell'autore, mi dia da fare con pennello e colori, trasformando il verosimile coltellaccio, che sò, in una spaventosa, esagerata quanto improbabile supersegona a due manici, tanto inutilizzabile per un vero suicidio quanto lo sono gli improbabili schiaccianoci, morsetti o laseroni ipergalattici.
Certo, con una modifica del genere l'interpretazione sarebbe indirizzata senza scampo ad essere univoca: non ci sarebbe più spazio per l'estetica Kierkegaardiana, secondo cui - più o meno - quando le parole lasciano le parole del poeta (parafrasando, diremo: quando il pittore dichiara finito il quadro) non sono più sue, e non può neanche rivendicarne un'interpretazione "corretta" o originaria; chi legge (chi guarda) è libero di integrare, negare, rovesciare, capovolgere.
Tanto peggio per il filosofo danese, che vada pure persa l'ambiguità, che sia forzata la lettura dell'opera: con il quadro da me adeguatamente "corretto" - definitivamente battezzato "Ma non penserete che faccia sul serio, con tutta quella bellezza intorno?!" - saremo tutti meno colti, più "piatti", ma più tranquilli (per Grama).
Se poi il discorso non vi dice niente, e volete impostare altrimenti il nesso soggettività/oggettività, siete liberi di farlo.


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