Beatrice Cazzaniga


Beatrice Cazzaniga
"Tutto il nostro essere"
bronzo, fusione a cera persa, 1992 - m 1,50 x 1x 0,50
collezione Banca di Credito Cooperativo di Barlassina

Beatrice Cazzaniga nasce a Barlassina (Milano) nel 1940 ma già a dieci anni si trasferisce con la famiglia a Salta in Argentina dove il padre, di professione intagliatore, su incarico del Collegio Salesiano convenzionato con l'Università Nazionale di Tucumán deve organizzarvi il laboratorio di intaglio del legno della scuola di "Arte y Oficios". L'ambiente e la frequentazione dei laboratori d'arte associati ad una naturale "avidità" nell'osservazione delle forme, la spingono ad un sempre più approfondito studio delle arti coronato da innumerevoli titoli e riconoscimenti. Attualmente Beatrice Cazzaniga è docente universitaria al Dipartimento d'Arte dell'Università di Tucumán, professione che affianca ad una puntuale attività espositiva iniziata fin negli anni sessanta prima in ambito regionale per proiettarsi via a livello nazionale e internazionale. Da una decina d'anni è impegnata nella ciclopica impresa di rivalutazione e integrazione della scultura nei luoghi aperti come la realizzazione del "Monumento della Tradizione" ai piedi del Cerro San Javier nella provincia di Tucumán. Altri meriti di questa artista plastica sono di aver attuato attraverso l'Istituto dell'Arte Americana e Regionale della sua Facoltà ed il comune di S. Miguel de Tucumán il restauro del monumento a J.B. Alberdi della scultrice Lola Mora.

TERRA D'OMBRA di Michele Caldarelli

Dolce e vivace come lo spirito zuccherino della terra di Tucumán, Beatrice Cazzaniga coinvolge facilmente se la si interroga sulla natura e il senso delle sue sculture. Forza ed entusiasmo nutrono il suo carattere e spiazzano, incontrandola, chi abbia intravisto una visione tragica della vita nella sua espressione artistica.
Personaggi trasfigurati, anzi, prefigurati popolano l'immaginario di Beatrice Cazzaniga, interpretando ruoli dai destini inevitabili. Sono presenze anonime nella loro universalità archetipa, ricordi, ombre dai contorni imprecisi; paiono vittime di ineluttabili sofferenze. Ma il disfacimento della materia, la consunzione dei corpi, la precarietà dell'esistenza, ad un più attento esame mutano di segno preludendo un'apocatastasi piuttosto che la negatività della morte.
Lacerazioni ed ombre si rivelano ritmi e pause di un'eleganza formale quasi al limite di un superamento dei contenuti simbolici ma pur radicata in una ferma visione d'amore per la vita, un sereno distacco proiettato nella necessità del divenire.
Come l'acqua d'inverno, a cavallo fra il giorno e la notte muta natura, prima agile e liquida quindi contratta in nobili cristalli destina a rifluire liquefatti, ugualmente l'energia si raffredda nella sembianza dei corpi secondo il corso naturale degli eventi.
Beatrice così ci inganna, configurando ciò che pare svanire alla vista, i bronzi e le terrecotte richiamano a sé lo spazio, benché parimenti vi si dissolvano e procedano virtualmente dalla forza del fuoco prima e dalla solidificazione poi.
Narrazioni e personaggi sincronicamente si risolvono nella forma, senza concederci di intravederne il corretto grado di interscambiabilità o di referenza.
Tutta la virtualità della "soglia" trova rappresentazione in sinuosi e sottili diaframmi; i corpi partecipano della sua natura e nel varcarla mutano catarticamente, gettati nello spazio e nella luce che li circonda configurandoli alla vista.
Nel caso della nostra scultrice ci troviamo di fronte ad un racconto globale contemporaneamente vissuto e rappresentato, popolato di presenze plasmate dal gesto ma vivificate dal pensiero che vi si immedesima.
Si tratta di sculture ben reali e corporee, eppure si rivelano traccia di una verità ulteriore che attraverso la riflessione dell'autrice viene riconosciuta e modellata per immagini. Il soggetto non ne è difatti la condizione umana nelle sue vicende particolari, contingenti e limitate nei singoli recinti esistenziali, ma l'infinito concatenarsi di queste nel "divenire".
Con uno sforzo d'attenzione, come più banalmente nel considerare un effetto figura-sfondo, dobbiamo valutare la potenzialità dell' "essenza", vera matrice della ispirazione della Cazzaniga, luogo dell'infinito possibile.
I corpi, come la terra che ne intercetta l'ombra proiettata dalla luce, si fanno a loro volta "terra d'ombra", identità secondo i ritmi di intersezione dello spazio e del tempo. Talvolta, similmente, le nuvole ingannano doppiamente la visione umana mostrando il proprio vagare come vivo di moto proprio o, ugualmente e in senso opposto, ben realistico il precipitare di quanto di svettante si stagli in cielo.
L'occhio fallisce individuando l'azione nell'evidenza corporea, la ragione, fidando nella vista, dimentica la relatività del moto e la consistenza del vento.
Un enigma autoalimentante sta alla base della questione sollevata dalla Cazzaniga ai limiti del paradosso, portando a domandarci se la vita non sia sogno di se stessa.
In altre parole, se la matrice della concretezza non risieda nel sogno; "sogno" come dinamica sfuggente della marea delle cose e degli eventi, intercettati come infiniti "qui ed ora" ma liberi e impalpabili, come l'ombra, in tutta la sua mobilità grata alla "luce".


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