L'INFINITO
UN CORPO DINAMICO CHE IRRADIA PER TUTTE LE DIREZIONI
di Filippo Falbo
Se fosse semplicemente Infinito, ci disporremmo a fare
una lettura il cui commento potrebbe tranquillamente esordire col
poeta ispirato che ha l'occhio come il tatto di Mida. Ma il titolo
è un'aperta dichiarazione di quel che Leopardi intese mettere
sulla pagina con quell'idillio. Infinito senza articolo avrebbe
significato suggestioni o riflessioni legate a un senso precostituito
dell'infinito quale la nostra cultura lo ha elaborato. Invece, L'infinito
con l'articolo è il nome preciso di quanto si viene formando
per quindici versi: c'è l'infinito leopardiano, come c'è
quello di altri filosofi, quello di Zenone, quello di Eudosso, quello
di Newton, quello di Leibniz, quello di Kant. L'idillio, pertanto,
si situa nella tradizione della letteratura didascalica; è
di un didascalismo, però, che non illustra, bensì elabora
e produce in sé una teoria, una dottrina, sul suo stesso corpo,
con le proprie risorse.
Leopardi non parla dell'infinito, ma fa l'infinito, ne istruisce
la struttura e lo riproduce in termini di linguaggio. E non ha importanza
che la sua sia o non una posizione ironica: questo rimane nei destini
dell'interpretazione. Anzi, la lettura per ironia rafforza la tesi
che l'idillio sia, appunto, una costruzione dell'infinito, un plastico,
una riduzione in cifre leggibili e percorribili, perché l'ironia
non potrebbe aver luogo se ci fosse vizio unilateralmente nella capacità
di coglierlo l'infinito o strutturarlo.
Se ci si contiene a una lettura ossequiosa del fare letterario, ferma
alle ragioni delle parole agenti per pura logica di discorso, non
si va oltre un senso freddo, aulico e concettoso che, alla fine, ti
fa venire grande nostalgia di A Silvia. E neppure ti salva
quanto trovi, in proposito, annotato nello Zibaldone, perché
non supera l'ambito di chiarimenti e considerazioni che nulla apportano
a quanto già dice il testo stesso: considerazioni non strutturali,
ma piuttosto ideologiche, legate al sentimento e al concetto di infinito.
L'Infinito è una costruzione complessa nella quale le
parole fanno, sì, il loro consueto mestiere, ma si comportano
anche come termini e segni di un linguaggio diverso da quello letterario
o semplicemente espositivo. Mi pare che Leopardi abbia inteso eseguire
e rappresentare quello che a livello filosofico riteneva fosse l'infinito.
Intanto va ricordato che questo non era, ai tempi del poeta, un tema
qualunque, ma costituiva un punto ineludibile nella grande filosofia,
ormai da tanto di matrice matematica. Sarebbe una bella indagine,
e probabilmente quella giusta, riuscire a verificare quanto Leopardi,
nel suo componimento, abbia elaborato, trattenuto o semplicemente
derivato dalla filosofia antica o da quella più direttamente
collegata alla sua attualità culturale (Cartesio, Spinoza,
Leibniz, Newton, Kant); ma pure al semplice assaggiatore di poesia
i dati contenuti nel testo dichiarano inequivocabilmente che Leopardi,
in qualche maniera, abbia inteso inserirsi nel certame speculativo
sul tema. Non solo: egli ha anche voluto portare il suo contributo
di letterato, guadagnando l'oggetto a un ambito che non vi era propriamente
specializzato. Vediamo. L 'infinito è il raccontino
denso e serrato di un'avventura intellettuale. La brevità e
la semplicità strutturale della narrazione non concedono niente
a forme decorative o digressive e tutto va speditamente alla fine;
le parti vengono ciascuna dalla precedente in maniera precisa, stretta
ed evidente; la vicenda narrata deve avere in sé i motivi dell'esemplarità:
"Ma sedendo e mirando", "E come il vento odo stormir", "Così
tra questa immensità". La cronaca del fenomeno si porta alla
fine precisa, senza vuoti, interstizi e fessurine. È già
così 1'Infinito? Teoria consueta, nella storia
della filosofia, dagli Eleati in poi. In quanto racconto di un'avventura
intellettuale, L'Infinito sembra una minuscola Divina Commedia;
sarebbe certamente possibile fare una analisi in tal senso.
Il percorso che conduce all'infinito, non come semplice raggiungimento
del concetto ma come coscienza di esservi contenuti, alla fine si
presenta e rimane come un plastico con tutti i suoi riferimenti, le
sue relazioni, il suo binario spazio-tempo tanto precisamente e fermamente
marcato. Così, dopo la lettura, l'idillio si carica di un'altra
natura: diventa un corpo dinamico che irradia per tutte le direzioni:
come fosse pittura che ci dà per simultanea tutti i particolari
e le fasi di una rappresentazione e di una narrazione: in ciò
restando noi liberi di lavorare anche come l'autore ha premesso e
non concluso: dove va un colore o una forma sarebbe difficile per
qualunque pittore immaginare; quali termini possiamo aggregare, quali
metri possiamo combinare, quali suggestioni possiamo trarre da L'infinito
era cosa difficile da pensare anche per Leopardi.
"Sempre", preludio ampio degno del tema, non è un inizio, come
accade nella realtà narrativa dell'idillio, ma è il
vero "sempre", che àncora subito a un punto ideale da ricercare
quanto sta per formarsi su un campo che ancora non ha visto seme;
così "mare" non è la fine, perché diventa un
"sempre" spaziale: e l'Infinito, che non possiamo collocare
nei termini di inizio e fine, rimane uguale a se stesso, essendo l'ultimo
verso identico al primo o, se si vuole, il primo con la storia umana
di cui si è caricato procedendo dalla percezione fenomenica
a quella concettuale. Proviamo. "Sempre caro mi fu": non poteva venire
da più lontano; il passato remoto è un tempo puro, storico,
che non stabilisce alcun rapporto e alcuna continuità, cosa
che fa il passato prossimo, che, in termini cronografici, ha le stesse
possibilità; il "fu" appartiene all' "ermo colle" e alla "siepe",
che stanno lì indipendentemente dalla presenza momentanea o
dalla definitiva assenza del poeta, il quale li guadagna a se tramite
quel "caro". "Caro" del primo verso è diventato "dolce" nell'ultimo;
"questo" esiste in entrambi; "mi fu" è diventato "mi è";
"ermo", aggettivo letterario rintracciabile facilmente (Alfieri),
è collocato in una posizione che lo annulla in quanto indivisibile
da "colle", nel quale finisce con l'accumularsi quanto, forza dopo
forza, si forma per l'intero verso. Forse poco importante, comunque
non così scontato il senso di "che da tanta parte /dell'ultimo
orizzonte il guardo esclude". Può trattarsi del guardo del
poeta, ma può anche essere che la siepe escluda da tanta parte
la vista dell'ultimo orizzonte: non il vedere, ma l'esser visto. A
me piace di più la seconda interpretazione, perché,
così, la disputa rimane all'interno del paesaggio naturale;
al colle poi Leopardi si limita a dare gli occhi, stando fermo (sedendo).
Nei primi tre versi dell'idillio è la disposizione degli elementi
reali nella loro reciproca posizione: non interverrà altro
nel corso della narrazione, se non qualcosa di imprevedibile ed effimero,
che, però, sarà di natura tale da sbloccare l'immobilità
spaziale, vitalizzarla e renderla accessibile all'esperienza umana
(e come il vento / odo stormir tra queste piante): non
solo, ma accenderà la possibilità di accesso
all'altro piano dell'Infinito, il Tempo (mirando / spazio
-odo / tempo).
Il quarto verso apre la possibilità alla narrazione: una
buona proporzione su quindici versi. Si traghetta con un semplice
"ma" ("ma sedendo"): che, però, è sufficiente a significare
che la barriera spaziale può essere annullata semplicemente
e solo con un atto del pensiero; ed è proprio la presenza della
siepe che consente ciò: il guardo dell'ultimo orizzonte
sarebbe stata la fine, la perentoria circoscrizione entro i nostri
reali confini, la fine reale; invece, l'ultimo orizzonte, non
visto, diventa, a sua volta, una superabile siepe. "Ma sedendo e mirando"
è un settenario statico e ritardato, come quando la forza deve
essere tutta raccolta e la tensione portata al massimo per lanciare
il più lontano possibile: lontano fino a "profondissima quiete":
che è l'ultimo spazio che può immaginare Leopardi. Da
"spazi" a "profondissima quiete" è una fatica, un travaglio
portato sempre in avanti spazio dopo spazio, fin dove l'arco caricato
porta: cioè, sulla terra, sul nostro conosciuto, organizzato,
reale piano: tanto è terrestre la caduta che essa avviene in
una struttura precisa e organizzata: un altro tranquillo settenario
("io nel pensier mi fingo"). La massima fatica, la massima apertura,
si è espressa in "interrninati / spazi di là da quella,
e sovrumani": dove "interminati", con cui si termina il verso è
come su un precipizio, quasi l'antica argomentazione che prova la
continuità dello spazio immaginando un corpo che sul limite
ultimo tenti di allungare un braccio.
Tra il quinto verso e il sesto si svolge quasi una onomatopea di spazio,
che parte da due verbi di modo non finito e si sviluppa senza posare
in altre espressioni verbali. "Interminati" va preso alla lettera,
senza che ciò ci mortifichi di altra suggestione. "Interminati"
è "non terminati", ciò che non ha attinto un termine;
l'Infinito sappiamo che nella filosofia è stato indagato sia
come "non finito", imperfetto, informe, sia come perfetto, in quanto
esente da limiti: ed è in questa accezione che con Clemente
Alessandrino il termine viene applicato per la prima volta a Dio.
In una poesia come L'infinito "interminati" non può
passare per semplice sinonimo di "immensi" o per una fiera suggestione
letteraria, perché, dopo tutto, è un termine preciso,
che rende un'accezione a lungo indagata nella storia del pensiero.
Altro settenario è "io nel pensier mi fingo"; la sua misura
viene rimarcata dal fatto che "ove per poco" collabora, sì,
alla formazione dell'endecasillabo, ma ne forma un altro interno con
"il cor non si spaura". Se "io nel pensier mi fingo" è dato
come struttura capace di autonomia, ci sarà un motivo. A mio
avviso, Leopardi vuole isolare il carattere di luogo, a sua volta
di spazio (porzione di spazio o, forse, lo spazio totale, perché
in esso avviene l'operazione che ci dà concetto dell'Infinito),
per i suoi calcoli relativi alla costruzione che sta tirando su. È
banale portare come prova che egli avrebbe potuto dire diversamente
- col invece che nel, per esempio -, ma rafforza l'argomentazione
quell' "ove" riferito a "pensier"; e poi c'è quell' "io" all'inizio
del verso, evitabilissimo secondo l'operazione sconcia che potremmo
fare, dicendo, per esempio, "col pensiero mi fingo". La persona si
è distinta in tre parti: io, pensier; cor; alle quali
è assegnata una funzione o, se si vuole, un simbolo nell'operazione
che fa pervenire all'infinito.
"Mi fingo" è espressione certamente meritevole di chiose e
approfondimenti, dato che Leopardi come pochi ci impone di tener li
piedi stretti alla parola, caricata della sua storia, ma, nell'essenza,
ferma alla sua anima originaria. Così si può arrivare
che "fingo" è latino, che significa rappresentare in termini
reali quello che reale non è, e si è liberi di vagare
da illusione a inganno. D'altronde, il significato è chiaro:
io in quel mio luogo di privilegio chiamato pensiero mi allestisco
la rappresentazione, che mi è resa possibile dall'operazione
fatta in precedenza "sedendo e mirando"; e, mentre assisto al fenomeno,
un'altra parte di me per poco non si spaura. Ma "fingo" è un
termine del linguaggio filosofico; tutta l'espressione "io nel pensier
mi fingo" riporta la questione nell'alveo della filosofia. Ma l'Infinito
esiste? Possiamo coglierlo? Possiamo conoscerlo? Con quali strumenti?
È un bisogno intellettuale? È l'impossibilità
di immaginare una fine totale di quanto noi non riusciamo ad esaurire
con la nostra esperienza, visto che è la nostra esperienza
ad esaurirsi? Se noi avessimo la vista più lunga, guarderemmo
oltre quello che riusciamo a vedere; se non avessimo ostacoli, vedremmo
più cose; se vivessimo un giorno di più segneremmo altro
tempo; il tempo ha successione e simultaneità, lo spazio ha
continuità; il tempo e lo spazio hanno intervalli? La nostra
vita breve, il senso della storia, la prefigurazione del futuro ci
rendono impossibile, se non per via religiosa, ammettere la non continuità
del tempo e la non continuità dello spazio.
Troviamo nella dissertazione che Kant tenne nel 1871 (De mundi
sensibilis atque intelligibilis forma et principiis): "Quoniam
autem alium intuitum, praeter eum, qui fit secundum formam spatii
ac temporis, nullo mentis conatu ne fingendo quidem assequi possumus".
Kant in questo passo enuncia l'impossibilità per noi di conoscere
alcunché se non secondo la forma dello spazio e del tempo.
L'argomento dell'idillio leopardiano è proprio l'Infinito,
infinito spaziale e infinito temporale. Quale dei filosofi Leopardi
abbia prediletto nell'indagare questi temi sarebbe da vedere e forse
Kant rimane da escludere, visto che egli non lo ritenne portatore
di scoperte interessanti. Ma chiunque abbia sotto gli occhi il testo
di Kant non può non ricordarsi dell' "io nel pensier mi fingo".
L'aver derivato quasi tale e quale un'espressione simile, riguardante
il tema dello spazio e del tempo in termini filosofici, potrebbe anche
voler dire, se così fosse andata, che Leopardi avrebbe introdotto
nel suo componimento una sigla, una didascalia che tenesse il lettore
ai veri intendimenti dell'idillio.
Tutta questa parte - intendo da "Ma sedendo" e "fingo" - è
complessa, ricca e arricchita di significati che impegnano diversi
piani e, alla fine, non si può non fare anche una lettura che
annulli i vincoli narrativi per stare alla logica del gioco di immagini,
e di immagini accumulate l'una all'altra. Perché rinunciare
a beneficiare della lettura che tra "mirando" e "interminati" escluda
la virgola? E sarebbe casuale? Sarebbe sfuggito a Leopardi? E quanto
si potrebbe divagare su un "mirando interminati spazi"! Anche nel
caso di "ermo colle" e "siepe" la lettura si presta a essere forzata,
perché, se la sintassi va dietro l'esigenza narrativa separando
i destini dei due elementi, i due identici dimostrativi fanno tutt'altra
operazione, intendendo rendere l'identicità in rapporto alla
totalità dello spazio, l'indifferenza di una posizione o di
un'altra fuori dall'urgenza topologica e descrittiva. "Ma sedendo
e mirando" ha un tono forte; c'è già nei tre versi precedenti
abbastanza materia perché sia necessario un qualcosa che ne
contrasti il meccanismo. Non porta a niente andare avanti in uno spazio
e in un tempo che, se non sono infiniti, lo sono per le nostre limitatissime
risorse. E allora, è sedendo e mirando che abbiamo
qualche possibilità: diventando anche noi termini fissi del
paesaggio, almeno con quella parte che ci fa simili a quanto ci sta
intorno ("ermo colle" e "siepe"). Ma intanto abbiamo l'altra possibilità,
il "pensier". Mirare è diverso da guardare, perché implica
in ogni caso un'attività intensa della mente, implica delle
operazioni.
Può non essere estraneo a questa parte dell'idillio il canto
IV del Purgatorio: qui troviamo la fatica e l'inutilità
dell'andare ("Ma se a te piace, volontier saprei / quanto avremo ad
andar; che 'l poggio sale / più che salir non posson li occhi
miei"; "Or va tu su, che se' valente"; "o frate, andar in su che porta?").
L'infinito è proprio l'affermazione che lo stato di
quiete è condizione necessaria perché la mente possa
veramente, liberamente e profondamente prodursi. C'è un prima,
durante il quale si percorre un segmento di mondo, che non ha altro
senso se non quello di condurre al luogo del privilegio. Il canto
IV del Purgatorio si può definire il canto dell'andare,
ma anche il canto dello stare e, infatti, è il canto dei pigri.
Degli atti umani il sedersi e il guardare vi trovano particolare rilievo:
"E però quando s'ode cosa o vede", "udendo quello spirto e
ammirando", "lo sommo er'alto che vincea la vista", "che suole a riguardar
giovare altrui", "li occhi prima drizzai ai bassi liti; / poscia li
alzai al sole ed ammirava", "tu vedesti il Zodiaco rubecchio", "verso
settentrion, quanto li Ebrei / vedevan lui verso la calda parte",
"vedrai come a costui convien che vada", "non vid'io chiaro sì
com'io discerno", "Ma se a te piace, volontier saprei / quanto avremo
ad andar; che 'l poggio sale / più che salir non posson li
occhi miei", "O dolce segnor mio - diss'io - adocchia". Due volte
la vista è misura di spazio, meglio, mezzo di cui l'uomo dispone
per rapportarvisi: "Lo sommo er'alto che vincea la vista" e "quanto
avremo ad andar; che 'l poggio' sale / più che salir non posson
li occhi miei". Per il sedersi abbiamo: "A seder ci ponemmo ivi ambedui",
"Forse / che di sedere in pria avrai distretta", "sedeva ed abbracciava
le ginocchia", "ma dimmi: perché assiso / quiritta se'?" e,
perfino lui, "l'angel di Dio che siede in su la porta".
Se il "sedendo e mirando" non fosse sparso per il canto, non potremmo'
almeno, che ricordarcene quando pensiamo a quell'aneddoto famoso che
attribuisce a Belacqua quel motto aristotelico cui egli sarebbe ricorso
per rispondere a un affettuoso rimprovero di Dante, che amava perdere
un po' di tempo in quella bottega: "Sedendo et quiescendo anima efficitur
sapiens".
L'idillio ha un centro esatto: come fosse una struttura fisica esigente,
per il proprio funzionamento, di tale parte autonoma ed espressa.
La seconda parte è innestata alla prima con una commessura
intima, quasi un'articolazione anatomica, il cui punto di attacco
è minuscolo, forte, non porta ingombro e peso personale: la
semplice congiunzione "e". Prima abbiamo il paesaggio, che è
quanto esiste, immutato, immutabile; poi un elemento dinamico, che
non ha regola e ora, e può essere fattore e attore di avventura
intellettuale fortunata: dalla combinazione della circostanza completa
sorge, sottentra - subvenit -, si figura la trama precisa e semplice
negli elementi dell'infinito, l'infinito nel concetto che, stando
ai nostri dati, possiamo avere. C'è una scansione temporale
tutta interna al farsi del fenomeno, della quale la veste esteriore
non risponde se non a una logica narrativa premessa come dato unitario
dell'idillio.
"Come" non è "non appena": è molto meno. Questo avverbio
ha, nella lingua, sia la valenza temporale sia quella della comparazione
- mi ricordo di un desueto "cumporma", conforme, diffuso in Calabria,
che serviva proprio ad esprimere un precisissimo "non appena", "nello
stesso istante in cui" -: ma siamo sempre nel primo caso, perché
si tratta della simultaneità di rappresentazione, operazione
propedeutica all'esercizio del giudizio. Leopardi visualizza questa
fluidità, questo correre dall'uno all'altro, creando dei versi
intimamente tra sé legati, come un unico filo che, nel serpeggiare
per ostacolo di struttura - il metro -, non cambia niente nelle proprie
necessità (quello / infinito - e la presente / e viva - tra
questa / immensità), fino alla conclusione, che è netta,
staccata: quale esito della felice circostanza che si è prodotta
tra il paesaggio naturale, lo stormir del vento e il poeta stesso.