Archivio Attivo Arte Contemporanea
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Galleria d'Arte Il Salotto via Carloni 5/c - Como - archivio storico documentativo
mostra numero 740 - dal 28 maggio al 17 giugno 2005

Roberto Frangella
Sociedad Espacio Tiempo
Società Spazio Tempo
 a cura di
Rosabianca Mascetti
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Credo che sia molto facile nel corso della vita smarrire il senso di questa nostra esistenza perché molto spesso costretti ad un ritmo incalzante di impegni di lavoro, familiari o di relazione, tanto che a volte sembra di viaggiare su un ottovolante tutti seduti in fila, ben agganciati, seguendo un percorso ora in salita, lento, faticoso per poi ritrovarci in una discesa sferragliante, con il fiato sospeso per l’impatto con l’aria, interrotto solo da brevi pause per poi riprendere di nuovo in una loop continua che si arresta solo al suo capolinea.
E’ un po’ come quando parlando con qualcuno si perde il filo del discorso una interruzione momentanea, involontaria forse, banale ma prevedibile, non grave, distratti da un qualche cosa che ci porta ad altri pensieri, a volte a un vuoto totale ad un altrove silente. Perdiamo dunque quel riferimento preciso che ci permette di rapportarci con gli altri e con l’ambiente che ci circonda e in cui viviamo. Perdiamo il nostro rapporto con lo spazio e il tempo. Ma in realtà ci domandiamo mai quale è il nostro rapporto con lo spazio e con il tempo?
Per Roberto Frangella tutto questo forse è più semplice e naturale: da un lato perché è un architetto e, come tale, ad ogni progetto da realizzare si confronta con luoghi, ambienti, forme, misure, materiali, individui, comunità, loro esigenze e finalità; dall’altro perché è un artista e pertanto portato ad interrogarsi sulle proprie origini, sul proprio modo di essere, sulla vera essenza delle cose, trovare una risposta ai grandi misteri. Se poi aggiungiamo che è nato e cresciuto a Buenos Aires, dove attualmente vive, in un paese a tinte forti come l’Argentina, da lui definita come il paradiso terrestre, per la sua natura straordinaria e generosa di ricchezze, possiamo ben comprendere quanto i suoi dipinti a olio siano pregni di colore, di pennellate vive e i disegni a china su carta ricchi di tratti densi, forti e ritmati, nati dal gesto veloce e sicuro dell’architetto abituato a stendere prime idee in forme e volumi essenziali, ma già compiute, con in più la carica emotiva dell’artista sensibile e impegnato.
Nelle opere di Frangella non troviamo l’Argentina proposta dagli operatori turistici, ma una puntuale spiegazione della composizione della società in cui vive, fatta di grandi contrasti: da un lato la città, Buenos Aires, la metropoli dalla forte marca europea (ricordiamo che tra i molti barcos , gli emigranti dei bastimenti, vi erano anche i nostri lombardi e vicini ticinesi) e dall’altro, la campagna, la distesa sconfinata della Pampa. Tra i due, in equilibrio precario, un’area di cerniera, spazi degradati, comuni a molte città, quartieri popolari i barrios a cui neanche la musicalità della lingua sa dare una parvenza di accettabilità. Una società organizzata su un vasto territorio che vede la campagna in mano a pochi proprietari terrieri e la città con una forte concentrazione di popolazione (un quarto dell’intera nazione risiede a Buenos Aires) e dove i meno abbienti sono asserviti ai potenti. Una società da cui la globalizzazione e il dinamismo aggressivo dell’economia e del commercio ha cancellato la classe media creando, come in tutta l’America Latina, tanti poveri e pochi ricchi.
Le immagini che Frangella ci presenta sono progettate sul modulo del quadrato e dei suoi multipli, un riferimento ai quadras, gli isolati in cui è divisa la città di Buenos Aires (...anche perché - come spiega - gli argentini in generale hanno una percezione del territorio ripartito ortogonalmente) e alla contrapposizione simbolica tra cielo e terra, tra universo creato, non creato e creatore. Non a caso i soggetti sono composti con volumi equivalenti e suddivisi, al centro, da una sottile linea di orizzonte, la stessa che unisce la griglia di grattacieli di Buenos Aires con il mare o il cielo alla distesa della pianura della Pampa. Un orizzonte senza fine che, come un filo conduttore, collega le immagini in una sequenza filmica, una sorta di storyboard cinematografico, con fotogrammi in successione numerica variabile da 1 a 4, da 1 a 9 o più, con un fermo immagine a scadenze temporali diverse, ogni cinque, dieci o anche di un solo minuto. Frangella poi le ricompone in quelle che lui chiama partiture, con riferimento alla spartizione dei prodotti che un tempo si svolgeva tra padrone e contadino, ma anche alla terminologia musicale che assegna ad ognuno il proprio ruolo all’interno di una coralità.
Sono immagini che riportano registrazioni temporali dei momenti più importanti della vita dell’uomo, in città e in campagna, e se l’alba riverbera velocemente tra i grattacieli e tinge di giallo la distesa della Pampa, a mezzogiorno e durante la siesta il tempo sembra rallentare il suo corso, rendendo pesante il lavoro dei muratori in città ed estenuante il procedere del gaucho solitario.
Tutto sembra avvolto di luce e protetto da un cielo soffice di nubi, i cavalli inoperosi al riparo sotto i grandi alberi ombu, fermi i mulini a vento, apparentemente disabitati i villaggi e le estancieros (le ville gotiche e neoclassiche dei proprietari terrieri), il gaucho sempre a cavallo, china la testa sulla curva del collo del suo animale, in attesa che tutto si ritinga di rosa con il tramonto e che la notte diventi profonda e nera rendendo il silenzio ancora più grande.
Ma questo è un paese che richiede costanza, determinazione, sacrificio per sopravvivere alla crisi economica e così le lunghe notti di Buenos Aires si animano anche con i cartoneros, persone che affrontano lunghi percorsi in treno e a piedi, trascinando carretti o quant’altro possibile, per raccogliere dall’immondizia dei ricchi, cartoni e imballi da poter rivendere. Un esempio di creatività e di compromesso con una società che li accetta solo in parte perché preferirebbe non vederli e così due classi sociali convivono, una accanto all’altra, senza però guardarsi o toccarsi.
A loro Frangella dedica una serie di opere e oggetti di arte effimera, realizzati con materiale di recupero e cartone ondulato, per risvegliare l’attenzione sui meno fortunati. In essi il segno grafico si fa più fitto, denso, in una sovrapposizione di immagini che sottolineano la fatica, il lavoro, la tensione emotiva. Non importa se il materiale usato è povero, effimero o non effimero, perché l’arte non si deve basare sulla preziosità del supporto ma sul contenuto. Esse assumono un tono di denuncia verso una società che tutto ha snaturato, una denuncia non urlata, anche se ne avrebbe ragione, chi ha vissuto gli eventi politici argentini, ma Frangella preferisce scegliere di trasmetterci emozioni attraverso il silenzio delle grandi estensioni della Pampa, il silenzio della fatica del lavoro pesante, il silenzio delle profonde notti lunari, quando tutto sembra essere sospeso, il paesaggio dilatato e infinito e l’uomo si perde nel mistero dello spazio e del tempo. Anche se Albert Einstein sosteneva che “un adulto normale non si ferma mai a riflettere sui problemi dello spazio e del tempo, perché sono cose su cui ha pensato da bambino” (ironizzando sul fatto che il suo sviluppo intellettuale fosse stato tardivo e che pertanto non si stupiva di aver incominciato a interrogarsi sulla materia in età matura)... è anche vero che quando si è bambini si vive dimentichi dell’orologio, della forza di gravità, si progettano viaggi stellari e grandi imprese con la stessa semplicità e naturalezza con cui si fa merenda. Magari con il dulce de leche, profumata crema al latte caramellato che per Frangella riveste un significato particolare, perché il padre, Don Roberto, ne era fabricante real e perché in questa sapiente miscela, preparata con ingredienti ben calibrati e cucinata con amore alla giusta temperatura, egli  riconosce ironicamente con una metafora la sua terra natale, l’Argentina “...un paradiso terrestre ricevuto in dono ma di cui non ci si è presa la giusta cura, perché troppo spavaldi, sempre, per comprendere che la dolce realtà offerta nelle nostre mani poteva altrettanto dolcemente scomparire”. 

Rosabianca Mascetti - maggio 2005

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