|
Credo
che sia molto facile nel corso della vita smarrire il senso di questa
nostra esistenza perché molto spesso costretti ad un ritmo incalzante
di impegni di lavoro, familiari o di relazione, tanto che a volte sembra
di viaggiare su un ottovolante tutti seduti in fila, ben agganciati,
seguendo un percorso ora in salita, lento, faticoso per poi ritrovarci
in una discesa sferragliante, con il fiato sospeso per l’impatto con
l’aria, interrotto solo da brevi pause per poi riprendere di nuovo in
una loop continua che si arresta solo al suo capolinea.
E’ un po’ come quando parlando
con qualcuno si perde il filo del discorso una interruzione momentanea,
involontaria forse, banale ma prevedibile, non grave, distratti da un
qualche cosa che ci porta ad altri pensieri, a volte a un vuoto totale
ad un altrove silente. Perdiamo dunque quel riferimento preciso
che ci permette di rapportarci con gli altri e con l’ambiente che ci
circonda e in cui viviamo. Perdiamo il nostro rapporto con lo spazio
e il tempo. Ma in realtà ci domandiamo mai quale è il nostro rapporto
con lo spazio e con il tempo?
Per Roberto Frangella tutto questo
forse è più semplice e naturale: da un lato perché è un architetto e,
come tale, ad ogni progetto da realizzare si confronta con luoghi, ambienti,
forme, misure, materiali, individui, comunità, loro esigenze e finalità;
dall’altro perché è un artista e pertanto portato ad interrogarsi sulle
proprie origini, sul proprio modo di essere, sulla vera essenza delle
cose, trovare una risposta ai grandi misteri. Se poi aggiungiamo che
è nato e cresciuto a Buenos Aires, dove attualmente vive, in un paese
a tinte forti come l’Argentina, da lui definita come il paradiso
terrestre, per la sua natura straordinaria e generosa di ricchezze,
possiamo ben comprendere quanto i suoi dipinti a olio siano pregni di
colore, di pennellate vive e i disegni a china su carta ricchi di tratti
densi, forti e ritmati, nati dal gesto veloce e sicuro dell’architetto
abituato a stendere prime idee in forme e volumi essenziali, ma già
compiute, con in più la carica emotiva dell’artista sensibile e impegnato.
Nelle opere di Frangella non troviamo
l’Argentina proposta dagli operatori turistici, ma una puntuale spiegazione
della composizione della società in cui vive, fatta di grandi contrasti:
da un lato la città, Buenos Aires, la metropoli dalla forte marca europea
(ricordiamo che tra i molti barcos , gli emigranti dei bastimenti,
vi erano anche i nostri lombardi e vicini ticinesi) e dall’altro, la
campagna, la distesa sconfinata della Pampa. Tra i due, in equilibrio
precario, un’area di cerniera, spazi degradati, comuni a molte città,
quartieri popolari i barrios a cui neanche la musicalità della
lingua sa dare una parvenza di accettabilità. Una società organizzata
su un vasto territorio che vede la campagna in mano a pochi proprietari
terrieri e la città con una forte concentrazione di popolazione (un
quarto dell’intera nazione risiede a Buenos Aires) e dove i meno abbienti
sono asserviti ai potenti. Una società da cui la globalizzazione e il
dinamismo aggressivo dell’economia e del commercio ha cancellato la
classe media creando, come in tutta l’America Latina, tanti poveri e
pochi ricchi.
Le immagini che Frangella ci presenta
sono progettate sul modulo del quadrato e dei suoi multipli, un riferimento
ai quadras, gli isolati in cui è divisa la città di Buenos Aires
(...anche perché - come spiega - gli argentini in generale
hanno una percezione del territorio ripartito ortogonalmente) e
alla contrapposizione simbolica tra cielo e terra, tra universo creato,
non creato e creatore. Non a caso i soggetti sono composti con volumi
equivalenti e suddivisi, al centro, da una sottile linea di orizzonte,
la stessa che unisce la griglia di grattacieli di Buenos Aires con il
mare o il cielo alla distesa della pianura della Pampa. Un orizzonte
senza fine che, come un filo conduttore, collega le immagini in una
sequenza filmica, una sorta di storyboard cinematografico, con fotogrammi
in successione numerica variabile da 1 a 4, da 1 a 9 o più, con un fermo
immagine a scadenze temporali diverse, ogni cinque, dieci o anche di
un solo minuto. Frangella poi le ricompone in quelle che lui chiama
partiture, con riferimento alla spartizione dei prodotti che
un tempo si svolgeva tra padrone e contadino, ma anche alla terminologia
musicale che assegna ad ognuno il proprio ruolo all’interno di una coralità.
Sono immagini che riportano registrazioni
temporali dei momenti più importanti della vita dell’uomo, in città
e in campagna, e se l’alba riverbera velocemente tra i grattacieli e
tinge di giallo la distesa della Pampa, a mezzogiorno e durante la siesta
il tempo sembra rallentare il suo corso, rendendo pesante il lavoro
dei muratori in città ed estenuante il procedere del gaucho solitario.
Tutto sembra avvolto di luce e
protetto da un cielo soffice di nubi, i cavalli inoperosi al riparo
sotto i grandi alberi ombu, fermi i mulini a vento, apparentemente
disabitati i villaggi e le estancieros (le ville gotiche e neoclassiche
dei proprietari terrieri), il gaucho sempre a cavallo, china
la testa sulla curva del collo del suo animale, in attesa che tutto
si ritinga di rosa con il tramonto e che la notte diventi profonda e
nera rendendo il silenzio ancora più grande.
Ma questo è un paese che richiede
costanza, determinazione, sacrificio per sopravvivere alla crisi economica
e così le lunghe notti di Buenos Aires si animano anche con i cartoneros,
persone che affrontano lunghi percorsi in treno e a piedi, trascinando
carretti o quant’altro possibile, per raccogliere dall’immondizia dei
ricchi, cartoni e imballi da poter rivendere. Un esempio di creatività
e di compromesso con una società che li accetta solo in parte perché
preferirebbe non vederli e così due classi sociali convivono, una accanto
all’altra, senza però guardarsi o toccarsi.
A loro Frangella dedica una serie
di opere e oggetti di arte effimera, realizzati con materiale di recupero
e cartone ondulato, per risvegliare l’attenzione sui meno fortunati.
In essi il segno grafico si fa più fitto, denso, in una sovrapposizione
di immagini che sottolineano la fatica, il lavoro, la tensione emotiva.
Non importa se il materiale usato è povero, effimero o non effimero,
perché l’arte non si deve basare sulla preziosità del supporto ma sul
contenuto. Esse assumono un tono di denuncia verso una società che tutto
ha snaturato, una denuncia non urlata, anche se ne avrebbe ragione,
chi ha vissuto gli eventi politici argentini, ma Frangella preferisce
scegliere di trasmetterci emozioni attraverso il silenzio delle grandi
estensioni della Pampa, il silenzio della fatica del lavoro pesante,
il silenzio delle profonde notti lunari, quando tutto sembra essere
sospeso, il paesaggio dilatato e infinito e l’uomo si perde nel mistero
dello spazio e del tempo. Anche se Albert Einstein sosteneva che “un
adulto normale non si ferma mai a riflettere sui problemi dello spazio
e del tempo, perché sono cose su cui ha pensato da bambino” (ironizzando
sul fatto che il suo sviluppo intellettuale fosse stato tardivo e che
pertanto non si stupiva di aver incominciato a interrogarsi sulla materia
in età matura)... è anche vero che quando si è bambini si vive dimentichi
dell’orologio, della forza di gravità, si progettano viaggi stellari
e grandi imprese con la stessa semplicità e naturalezza con cui si fa
merenda. Magari con il dulce de leche, profumata crema al latte
caramellato che per Frangella riveste un significato particolare, perché
il padre, Don Roberto, ne era fabricante real e perché in questa
sapiente miscela, preparata con ingredienti ben calibrati e cucinata
con amore alla giusta temperatura, egli riconosce ironicamente con
una metafora la sua terra natale, l’Argentina “...un paradiso terrestre
ricevuto in dono ma di cui non ci si è presa la giusta cura, perché
troppo spavaldi, sempre, per comprendere che la dolce realtà
offerta nelle nostre mani poteva altrettanto dolcemente scomparire”.
Rosabianca Mascetti - maggio 2005
|