Ferdinando Chevrier - antologia
critica
Come, proprio a proposito di Ferdinando Chevrier,
ha osservato Alberto Veca, "un tentativo di interpretazione della
'costanza' di una espressione sacrifica giocoforza un atteggiamento
di messa a punto storica, e quindi di collocazione e di giustificazione".
Neppure, tuttavia, necessariamente lo contrasta. E può, anzi,
finire col facilitarlo, soprattutto quando, come appunto in Chevrier,
assai stretti sono i rapporti tra linguaggio individuale e contesto
culturale.
Che cosa, infatti, unifica, fin dagli anni '40, l'attività
del pittore livornese? Non certo la scelta cromatica, in un primo
tempo fredda e timbrica, poi accesa e vibrante, quindi artificialmente
distaccata; non la distribuzione compositiva, che da una scansione
nitida, esibita nei suoi nessi sintattici, passa ad un'indeterminatezza
organica, ad un'irruenza fortemente espressiva e infine ad una dilatata
allusività; neppure, infine, la qualità del ritmo formativo,
inizialmente sistematico, programmato, oggettivamente conseguente,
poi veloce, gestuale, ed oggi insieme programmato e gestuale. Ma il
costante ricorso alla simultanea compresenza - lo ha evidenziato Veca
in un saggio del 1977 - di forma chiusa e forma aperta, staticità
e movimento. Così le tele più rigorosamente concrete
di Chevrier non attingono mai una fissità araldica, sono scattanti,
dinamiche, per i rapporti dei colori, la vivacità e varietà
degli elementi formali, l'energia delle diagonali, l'articolazione
dei nessi spaziali; e quelle organico-gestuali degli anni successivi
non rinunciano ad un'interna coerenza strutturale che ripropone, in
termini inversi, la medesima ricerca di contrasti, di opposizioni.
Ebbene, proprio ciò prova insieme l'intensità e l'autonomia
della partecipazione di Chevrier agli sviluppi della cultura figurativa
italiana d'avanguardia degli ultimi decenni: dal post-cubismo dell'immediato
dopoguerra al costruttivismo del MAC, all'Informale. Nel post-cubismo
l'artista coglie la possibilità di attivizzare l'immagine e
insieme di congegnarla organicamente, secondo schemi non naturalistici.
Poi, avvertito il degenerare del geometrismo "picassiano" in manierismo
ripetitivo, tale da impedire esiti effettivamente originali, si accosta,
sin dal 1950, alla più stretta organizzazione della superficie
propugnata dal Movimento Arte Concreta, con una scelta di campo che
gli offrì la possibilità di dar finalmente corpo alla
tesa interrelazione tra essenza e fenomeno già affacciatasi
come prioritaria negli anni precedenti. Ed è appunto l'urgenza
di questa istanza dialettica che trattiene Chevrier dalla chiusura
di esercitazioni formalistiche, o addirittura stilistiche, gradualmente
insinuatesi tra i suoi compagni di strada. L'attenzione, nei suoi
dipinti concreti è appuntata sulle strutture, in un continuo
confronto tra figura e fondo: e quindi con una impostazione decisamente
antistatica. Il procedimento è sì lucidamente sistematico.
Non però aprioristicamente affermativo, né schematicamente
deduttivo. Dietro la decantazione dell'immagine traspare la determinatezza
dell'esperienza. Tanto che il passaggio, intorno al 1955, ad una sempre
meno reticente espressività e ad una esplicita attenzione al
divenire fisico della materia non può affatto sorprendere.
Non si tratta, infatti, di una rinuncia, o magari di un "tradimento".
Piuttosto di un ulteriore aggiramento, o scavalcamento, dei periodi
della sclerotizzazione ripetitiva. Ed anche la riproposizione dei
diritti del vissuto, che Chevrier non intende vengano coartati da
una programmazione astratta. Sempre tuttavia, entro la trama offerta
dalla ragione riproposta come flessibile guida entro la flagranza
del fenomeno...
Luciano Caramel 1980
"...Partendo dalla elementare intuizione cromatica,
poi le forme spesso si organizzano in più vaste composizioni
che tendono a divenire a loro volta vere e proprie costruzioni artistiche,
si giunge cioè ad oggettivare il non oggettivo, si arriva a
riportare la pittura non oggettiva ad una oggettività ben maggiore
di quella della consueta pittura astratta... La pittura concreta
viene così a situarsi al termine del lungo travaglio di
disgregamento e di dissoluzione dei valori tradizionali che è
stato vissuto da un secolo a questa parte...".
Gillo Dorfles 1950
"...Nigro e Chevrier hanno ancora camminato per la
via della purezza figurativa, verso miraggi di armonie di spazi, di
linee, di colori, in un disperato amore per la forma pura...".
Franco Russoli 1950
"...Chevrier o della 'liquida malinconia'". Le sue
composizioni sono sempre sul piano di una visione precisa anche se
raccolta in un continuo dilemma d'invenzioni e di ricerche. Similitudini
o analogie del subcosciente. L'arte dello Chevrier ci appare l'emblema
più calzante di questa enunciazione. E la 'liquida malinconia'
ha la sua ragione di essere se osservate le sue tele. Un abbandono
poeticissimo che sembra attendere il turno di una nuova resurrezione
(e formale e di contenuto) come sempre in lui avviene.
Marcello Lanoi 1958
"...In questi dipinti, al di là di un riferimento
esterno e formale, è una lucida ed inquieta brutalità
che è ben toscana. Un senso di sincerità che potrà
dare ottimi frutti. Si veda, appunto, come si faccia acre e diretta
la figurazione pittorica di un movimento organico di materie primordiali,
che cercano forma nelle pitture di Chevrier; un crepitare di lapilli
nello spazio, una colata lavica...".
Franco Russoli 1964
"...Alcune opere esposte al 'Salotto'. di Como sono
degne della massima considerazione, specialmente quelle più
semplici ed essenziali nella loro composizione. Anche i colori sono
legati fra loro da un'armonia che si sposa felicemente con quella
costruttiva. Ho sott'occhio una monografia e mi pare che le sue opere
più significative siano le prime della monografia stessa e
quelle più recenti. In questi momenti di estrema confusione
di idee, di esperimenti pseudoscientifici, di parole incomprensibili,
di spiegazioni che vanno rilette dieci volte per tentare di capire
ciò che è impossibile capire, un artista che si esprime
con chiarezza va segnalato con sollievo".
Mario Radice 1978
Le stagioni pittoriche di Chevrier
... Leggere quarant'anni di pittura di Ferdinando
Chevrier permette in una visione giocoforza sintetica e sommaria di
cogliere una storia di scelte espressive, di incontri personali e
di rapporti con gli appuntamenti e le stagioni dell'evolversi delle
attualità e dell'avvicendarsi delle novità. In questo
modo una storia interna, anche quella distaccata e autonoma, fatta
di scelte e svolte necessitate da un'urgenza interiore e non dall'adeguarsi
meccanico a una novità proveniente dall'esterno, di Chevrier
può essere cadenzata sulla falsariga di una evoluzione "lineare"
della storia delle avanguardie.
Vero è che si può parlare di uno "spirito" del tempo
e delle stagioni che muta le forme con cui si produce immagine, in
contrasto e in consonanza con un più generale modo di usare
il linguaggio visivo, di comunicare, in altri termini di concepirsi:
non credo sia opportuno parlare di meccanico "rispecchiamento" fra
una produzione artistica e il modo con cui si è nella socialità
- esiste per così dire una evoluzione della forma espressiva
necessitata dall'interno, dalla logica progressiva dello strumento
espressivo - ma le "stagioni" di Chevrier, dall'esordio ispirato alla
"chiarezza" toscana alla originale interpretazione della lezione cubista
dell'immediato dopoguerra, all'adesione ai principi elementari della
geometria del MAC dalle soglie degli anni cinquanta, alla stagione
"gestuale" e materica, al recupero di quest'ultima in uno schema plastico
coerente, fino alla "maniera" attuale, dicevo questi passaggi costituiscono,
in una continuità di intenti che oggi si può leggere
più facilmente di ieri, una sorta di successivo adeguamento
alle urgenze di una attualità appunto in continua trasformazione.
Lo spazio, il tempo, l'ambiente umano e naturale, l'agire in trasformazione
da una parte, le loro impressioni, le loro tracce sulla tela dall'altra.
Ho parlato di una sostanziale ."omogeneità" del lavoro di Chevrier
a dispetto di mutamenti anche rilevanti che la storia della sua pittura
testimonia: si prenda come esempio il suo ultimo ciclo di lavoro e
si potrà osservare come il problema dominante sia quello di
una definizione della superficie pittorica a partire dal "disegno",
vortice realizzato con un colore nero steso in una ampia gamma di
soluzioni, dal corpo materico alla linea, alla traccia, quasi l'impronta
lasciata dal movimento. Come ancora questo "segno", ripetuto in una
modularità allusa, organizzi, in contrasto con il fondo bianco,
andamenti dinamici proiettati nella profondità della tela o
aggettanti verso l'esterno, ancora capaci di scorrere parallelamente
alla bidimensione della tela.
Come infine - ed è osservazione propria dell'oggi, a indicare
il rinnovarsi della tematica - questo segno/gesto abbia assunto la
forza e il peso, anche un volume prima, in un periodo immediatamente
precedente, abbassati, imprigionati per così dire dall'invadenza
compositiva accordata al campo.
La disposizione di questi percorsi nella superficie, la coerenza che
ne disciplina l'ampiezza e la direzione, l'uso ancora castigato del
colore, alle soglie della monocromia che può "riempire" le
figure interne o può invadere anche il campo come ulteriore
suggerimento di spazialità, segnalano l'interesse attuale di
Chevrier a raggiungere un "equilibrio" fra la figura e il fondo e
contemporaneamente una "dinamicità" che possa alludere al mutamento
che lo spazio e il tempo realizzano, antica o meglio classica "parabola"
della pittura, per sua definizione illusionistica e mai sincera, allusiva
e suadente ma mai diretta o semplice espressione della propria interiorità.
Percorrendo a ritroso le opere del passato, o meglio leggendole alla
luce di questa ultima stagione di Chevrier, si potrà cogliere
con una certa facilità la forte compattezza, la sostanziale
omogeneità con cui l'artista ha affrontato, sia pure utilizzando
strumenti o adottando soluzioni plastiche differenti, il problema
di una sua originale "lettura" dell'espressione pittorica. Essa segue
la contrastante ricerca di una definizione forte della figura - la
traccia nera attuale che ieri, fin dalle origini, contorno/limite
all'oggetto per diventare successivamente margine della campitura
cromatica - e il suo abbassamento operato dall'intervento cromatico
o dallo stesso moltiplicarsi nel campo delle forme. Il risultato illusionistico,
in certe occasioni anche allusivo del movimento e della metamorfosi
- possono ritornare antiche leggende sull'interpretazione in senso
"naturalistico" della macchia che oggi Chevrier predilige - ha l'andamento
e la leggerezza del racconto senza inganni, giocando l'avventura del
quadro senza l'enigmaticità del messaggio urgente lanciato
a un pubblico di sordi. Con equilibrato e ironico senso della misura
la pittura di Chevrier parla di immagini e sogni nel linguaggio proprio
alla visione.
Alberto Veca 1989