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Dall'altrove
Chissà! Forse è vero che ho anch'io una parte
di responsabilità (come Tobia Ravà ha avuto la gentilezza
di dichiarare) in questo furibondo, un po' angelico un po' diabolico,
inseguimento di immagini: e l'origine di tutto andrebbe poi ricercata
in quei primi Anni Ottanta scintillanti di passioni e di ansie ,in cui
Tobia era mio allievo al DAMS, e in cui davo alle stampe nei bollori
della critica militante un libro intitolato "Magico Primario". E' incredibile
come un professore, in una manciata di minuti, sia in grado di capire
se i suoi messaggi attecchiscano e, almeno potenzialmente, fruttino.
Con Ravà fu così; anzi più di così; fu così
al parossismo. Io tentavo di buttare un seme, e inopinatamente, forse
preoccupantemente, vedevo sbocciare una foresta; cespugli, alberi, liane,
una flora, o una popolazione, di idee meravigliosamente ricche e certamente
incontrollabili.
Mi scrive Ravà che gli sembra di essere un borderline fra il
magico e il primario, con un quid in più, da mettere a fuoco
e da capire, Un quid - credo - grande come una casa... Quando parlavo
di "Magico" io alludevo fondamentalmente alla possibilità di
una nuova Bellezza e di una nuova Seduzione, dopo le astinenze del Concettuale.
E Ravà la coltiva, questa seduzione, ha bellissima freschezza
di pittura e splendido senso del colore, ma cerca, vola, sciala, e tutto
è meno che monostilistico, dunque tutto sommato "amministrato",
secondo le regole degli Anni Ottanta. Non per nulla i vari riferimenti
che si sono tentati per lui, pescando nel pentolone un po' precario
di quel decennio, dai Graffitisti a Combas, restano remotissimi dalla
sostanza vera, e profonda, dalla sua caccia alla Bellezza.
Quando parlavo di "Primario", alludevo alla ricerca di entità
archetipiche annidate da sempre nel cuore dell'uomo, e tanto più
destinate a essere dissepolte quanto più ci si inoltra nella
grande pellicola, o nella grande insignificanza, del consumo. La cosa
ha avuto la sua diffusione e fortuna, il che, naturalmente, è
stato ottimo sintomo di autenticità. Ma la fantasia di Ravà
abita un po' più lontano. Essa produce archetipi di decorazioni
primigenie, e horror vacui neomedievale, e impaginazioni musive di un
Oriente immemorabile, proprio geneticamente "veneziano", e bellissimi
segni di una tradizione giudaica ricca e commovente come raramente è
dato d'incontrare. Ma tutto ciò incrocia infinitamente, poderosamente,
capziosamente, inconsapevolmente, e anche però meditatamente,
la storia. Archetipi che, filtrando dall'eternità, diventano
vita; immagini primigenie che scontano e distillano - con parecchia
ironia - interi strati geologici del pensiero visivo.
Dove metteremo un artista tanto accattivante e tanto imprevedibile?
A conti fatti, mi sembra che del mio "Magico Primario" in Ravà
viva ancora una parolina che buttai lì, anch'io con un po' di
ironia, e che forse ha avuto, anch'essa, più fortuna di quanto
lasciano supporre i nostri tempi apparentemente troppo sordi e troppo
grigi. La parolina era Folmalità, cioè Normalità
della Follia. E' con infinita gratitudine che vedo Ravà toccato
dal morbo più benefico del mondo. Lo vedo anzi proprio come antesignano
di una nuova specie, e non mi stupisce per nulla che la decisiva maturazione
si manifesti per lui nell'anno del cominciamento, che secondo me coincide
con il trentasettesimo anno di vita.
Vedevo follia, e gioia, e felicità, infatti, in quei suoi assurdi
macchinamenti con etereonauti sbeffeggianti e antennati, e in cassettoni
precari che invitavano a gesti non ovvi ma sensatissimi ("Zompi o corri
o lasci la bava"), nel fantastico ciclo "Rettilivision" in cui gli astri
elettronici volavano in una mirabolante epopea sanciopanzesca. Vedevo
in tutto ciò il design di un mondo desiderabilissimo che si chiama
improbabilità.
Amavo le formule apotropaiche di geometrie smazzate nello spazio come
tarocchi di un gioco che non conosce vinti ma solo vincitori; e le comete
anamorfiche di un universo acqueo nel quale è comunque delizioso
sciacquattare e guizzare le pinne come in liquidi amniotici del tutto
rassicuranti; le cornucopie accampate come stemmi ("Fortune dall'altrove")
di soglie oltre le quali è lecito allungare le mani per tutti
i rari tesori del mondo.
Ma nelle opere del '96, mi pare proprio che Tobia sia approdato a un
pianeta sconosciuto. Un pianeta di credibilissime sensuosità
ottiche, ammaestrate all'ordine precario dei numeri, come "Antelami".
Un orizzonte di magnifici misteri pausati otticamente, come nel "Piccolo
infinito relativo". Dilatazioni di spazi siderali e simmetrici, lampi
di nulla e di ghiaccio, ponti su un invisibile che diventa attraentissimamente
visibile, come in "Tempi paralleli".
Il quid è grosso, insomma. E' la scommessa del visibile che c'è
anche se non appare; è la scommessa di un mondo probabile anche
se la piattezza dell'Essere lo giudica non solo improbabile, ma insensato;
è la ricchezza, la potenza di un Essere che è costretto
agli sforzi più impervi per affermarsi, cioè per strapparsi
allo smisurato oceano del Nulla. E' la fatica, l'appagamento, della
ricerca, nell'infinito silenzio, per guadagnare brandelli di verità;
per sfuggire all'unico, vero, immenso nemico, che si chiama Follia della
Normalità.
Flavio Caroli
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