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Forme del Cielo e Forme
della Terra
Un titolo ipotetico per il ciclo di opere che Celestina
Avanzini ha realizzato in questi ultimi anni potrebbe essere Tra
cielo e terra, ma anche altro, tenendo aperto il registro delle
suggestioni e visto il complesso rapporto "panico" che l'artista costruisce
tra i suoi lavori e l'ambiente. La pietra, l'aria, la luce, non sono
riferimenti visivi nelle sue sculture e assemblaggi, ma elementi fondamentali
della sostanza poetica, impliciti nel dialogo tra l'Io, che accampa
diritti d'incertezza, e la consistenza ambigua della realtà,
a volte così ingombrante. Le linee taglienti del plexiglas, abbracciate
dalle forme naturali della roccia, innestano una saldatura fra richiami
allegorici (natura e tecnica) e una calma emotività, tanto rarefatta
quanto più esatta è la formulazione del concetto (come
nel "Trompe l'oeil chèz le miroir" del 1995, dove la cornice
bianca dello specchio isola e interiorizza un 'immagine reale fino a
renderla simbolica). Una forma di naturalismo astratto, in cui la ricerca
di un completamento ideale tra arte e ambiente crea una complicità
fantasiosa tra realtà e rigore plastico, volume e "scena". E'
un atto di volontà che sancisce la fede nelle caratteristiche
metamorfiche della natura e nella loro capacità di accogliere
e accondiscendere l'istinto creativo dell'uomo. L'opera di Celestina
Avanzini tocca anche una vena mista tra stupore e candore; così
scoperte le combinazioni di antitesi, di parti estreme quali effimero
(luce, aria) e sostanza (pietra, colori), esalazione trasparente e massa,
aereo e terrestre: indicazioni che possiamo considerare al confine fra
scultura e pittura, ma anche di riunione fra queste due zone espressive.
All'artista, che ha sempre vissuto in zone vicine alle asprezze e al
rigore vitale della montagna, competono storie sotterranee di viaggi
e memorie, intraprese già all'epoca della realizzazione di "Racconti
dell'universo" (1993), una serie di assemblaggi a parete con nastri
di stoffa, vetro, pietre e plexiglas. La narrativa sudamericana era
qui il suggestivo pretesto per raccontare frammenti di vita del cercatore
di pietre, condannato alla sensuale circolarità della metafora
donna-pietra. Con "I giardini dell'anima" (1995-1997), Avanzini riprende
la sua narrazione interiore, mettendosi però in relazione diretta
con l'ambiente, con quanto è esteriormente riconoscibile nell'incessante
fluire delle emozioni. Elementi visitati, scavati, espunti come forze
pure di linea da un materiale spurio e originario; un ciclo in cui siamo
accolti e coinvolti quasi riconoscessimo una trama di natura primordiale,
la leggerezza aerea di una luminescenza pigmentata d'oro, di un alone
di vapore in dissolvenza su un perimetro geometrico. Antico e nuovissimo
messaggio della cultura che supera la chiusura statica della tradizione
inglobandola in una percezione dei concetti essenziali, sfuggenti alla
collocazione nel tempo e nello spazio determinati.
Siamo così di fronte a un'imagerie organica che appare
come il frutto di una crisi del rapporto tra forma esterna e sentimento,
di quella Einfühlung, o empatia, che è alla base
della percezione/rappresentazione nella tradizione naturalistica. Avanzini
ha quindi mantenuto la sensibilità pittorica in ambito di elaborazioni
tridimensionali che si vogliono porre in relazione immediata con l'esterno,
controllando allo stesso tempo materia ed emozione, come in "Farfalla
di lago" (1996), dove la luce attraversa "ali" di plexiglas con riflessi
gialli e d'oro, trasformando il "corpo" di pietra in una sorta di bozzolo
sul punto di schiudersi. Un sogno cosciente, ma se vogliamo, si potrebbe
trattare anche di una simbologia "orfica", legata al significato ambivalente
del viaggio onirico: incubo e incubazione. Si ha perciò la sensazione
che ogni creazione plastica della Avanzini contenga il germe di un'ulteriore
mutazione. Assistiamo al misterioso enjambement poetico per cui
un quadro, un insieme, un assemblaggio nati su basi astratto-naturalistiche,
sono insidiati dall'idea di liberare la forma dai suoi connotati esteriori
di riconoscibilità e diventano organismo, con loro leggi e rese
plastiche, con loro entità espressive che sfondano comunque il
muro dei canoni razionali appropriandosi di qualità mnemoniche
e qualità armoniche: da una linea interrotta per l'incedere di
una diversa morfologia si staccano impressioni e sonorità; su
una superficie dai profili affilati che ha trasparenza di ghiaccio si
scorgono calde combinazioni cromatiche, come sbuffi improvvisi di materia
sotterranea. Nelle opere di Celestina Avanzini c'è dunque questo
continuo riferimento ideale e verticale alla terra e al cielo, che allarga
la parentesi di ogni considerazione esistenziale: concezione che risponde
su più versanti con le evidenze di questo scorcio ultimo di secolo.
Condizione che senza proporsi come estrema, rifugge dai compiacimenti
decorativi: solo forme sostanziali, parole che competono all'ossatura
del discorso creativo; strutture, architetture che equivalgono a rigore
morale, a una pulizia formale della visione. In questo modo il valore
simbolico viene a interessare l'intera oggettualità dell'opera,
che diventa quasi rituale, sottratta alla continuità del tempo
e dello spazio, punto d'incontro fra l'individuo e l'universo.
Nicola Nuti
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