Romeo Orsi
Romeo, l'avevo lasciato ad "Hermann Hesse", dopo averlo trovato nella temperie infuocata e tempestosa di colori di "Alice", ora è già quasi un decennio.
In un decennio il percorso di un uomo e più ancora di un artista si essenzializza, diventa se non più chiaro e leggibile, almeno più cosciente dei propri mezzi e dei propri limiti: si fa rigore di ricerca e conquista di fondamenti, oltre le passioni e le attese, oltre l'orgiastico piacere della pittura, per attingere una conoscenza delle cose, sempre più depurata ed asciutta.
Una conoscenza appunto ante verbum, "prima della parola", come Romeo intitola la sua stagione più recente: una scienza del mondo e delle cose, che rifiuta l'abbandono mistico al linguaggio suggestivo e seducente delle forme e dei colori, per concentrarsi sul segno nella sua verginità e innocenza, sul segno come orma.
E' a questa dimensione che tende l'opera di Orsi, a una ricodificazione del reale a partire da ciò che sta prima e fonda l'immagine, l'apparenza, a partire da ciò che attende lo sposalizio del senso e l'armonia, senza lasciarsi incantare e risucchiare dall'erotica vertigine di un'estasi coloristica, quale era quella della sua ricerca di un tempo.
Indagare l'essenza e consistenza del segno, le potenzialità di un alfabeto primario di pure emozioni e fors'anche di pure reminiscenze, vederlo come un referente e al tempo stesso come un enunciato autonomo e forte: è con questa coscienza che Romeo si dispone a ricominciare daccapo, da dove l'evento quotidiano, messo tra parentesi il mondo, si svela come memoria preistorica, come animale esperienza della natura delle cose.
Segnate su mappe illeggibili, nel senso più etimologico del termine (in-leggibili, leggibili dentro e oltre), la traccia e l'orma, il monogramma sgorbiato e al tempo stesso esatto, diventano il quadro. E il quadro, a sua volta, s'appaga di essere spazio di una messinscena del segno, di una presenza cioè arcaica e primitiva, che sostituisce alla cerimonialità del colore la sua forza di pensiero prima delle cose, che come può sensibilmente far registrare la sua flagranza sulla superficie del supporto in termini di sprofondamento o emersione, così può proclamare la sua impervia e geroglifica bellezza segnica senza alcuna luce concettuale, nell'esattezza e impassibilità di un ordito indecifrabile.
Vincenzo Guarracino