
Kengiro Azuma
Civetta
bronzo (sette esemplari) - 1965
altezza cm. 20,5
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Piccolo
zoo zen di Azuma
Il piccolo zoo di Kengiro Azuma, composto da ventidue animali, à degli
anni ‘65-’66. Gli anni in cui metteva in pratica i consigli
del suo maestro Marino Marini, come ben ricorda lo scrittore Luciano
Bianciardi nel suo Incontro con Azuma, quando lo conobbe in
un bar di Fiori Chiari a Milano nel ‘63: “Tu devi smetterla di imitarmi.
Tu hai dietro dite, dentro di te, una tradizione, una patria, un’infanzia,
delle immagini originali. Questo devi tirar fuori, questo devi raccontare”.
Lo notò subito l’Hammacher, nella sua esemplare monografia su Azuma
del ‘71, quando osserva come l’artista ha dovuto compiere una lunga
diversione - e approdare a Milano - per scoprire con Marino Marini
la propria essenza giapponese, le proprie antiche radici. E “la via”
indicata dal Tao-té-ching di Lao-Tzu, quella del perenne mutamento
e della mobilità infinita. Non per nulla la famiglia dello scultore
apparteneva alla setta Zen del buddismo giapponese. Sia Ballo (1961)
sia Dorfles (1966) che Hammacher (1971) insistono sulla stretta relazione
di Azuma col pensiero Zen.
Nel ‘59 Azuma comincia a sottrarsi al tridimensionale e intorno
al ‘63 elabora superfici semplici, a una sola faccia, da appendersi
al muro. Ma già nel ‘66 priva il volume del suo carattere peculiare,
tramutandolo da chiuso in aperto. Il Tao infatti non è una
via immutabile, bensì una via in continua trasformazione. “La scultura
di Azuma diventa allora un dispiegarsi di superfici contigue” (A.
M. Hammacher).
Lo stesso scultore confessa poi che il suo lavoro ha molto a che fare
con l’orecchio: “Lo sento spesso in me come musica”: “il contrapporsi,
contrappuntarsi del pieno e del vuoto [...], del ruvido e del liscio,
del lucido e dell’opaco” (Dorfles); dove ruvido e opaco equivalgono
a positivo e negativo d’una dottrina Zen.
L’opera di Azuma in quegli anni 60 “è lo straordinario risultato di
una tensione, derivante dall’inserimento dell’artista in una società
diversissima da quella nativa. Azuma non torna in patria perché soltanto
la distanza può tenere in vita questa necessaria tensione e garantirne
la purezza” (A. M. Hammacher).
All’Europa Azuma deve la scoperta di se stesso - in quanto giapponese
seguace dello Zen - attraverso la scultura. “Con la propria scultura
egli crea più quiete che forma, più una via nello spazio che
spazio, più una vita condensata in poche increspature che onde di
vita” (A. M. Hammacher).
Anni 60, gli anni del bestiario, una vacanza dello scultore, dove
Azuma sfugge al pericolo del realismo con la sua educazione Zen. Cerca
di ogni animale la sua forma funzionale, la forma adatta alla sua
vita; cerca di tirarne fuori la forma pura, essenziale, che è dentro
e non si vede.
Una profonda lezione Zen, una pratica di vita che per millecinquecento
anni si è sentita perfettamente a suo agio nel “Vuoto” e un modo di
esprimersi che è tanto comprensibile - o forse tanto ambiguo - per
l’intellettuale come per l’illetterato. La spontaneità o naturalezza
(tzu-jan) del bestiario di Azuma, che pratica il significato
dello Zen: “nulla di speciale” (buij). Anche Azuma tenta di
modellare “il pesce che nuota nell’acqua ma non si cura dell’acqua”,
“l’uccello che vola nel vento ma non sa del vento”. Cerca, insomma,
nei suoi animali una perfezione Zen: che siano perfettamente e semplicemente
un bestiario, un piccolo zoo.
Di qui il suo amore per la forma degli animali, naturali e concreti,
non solo come rappresentazione della natura, ma come fossero - di
per sé - opera di natura. La vera tecnica Zen, infatti, implica l’arte
della mancanza di arte, della naturalezza (tzu-jan).
Così gli animali di Azuma sono fatti con la stessa naturalezza
dei suoi modelli: “la tecnica dell’arte è disciplina nella spontaneità
e spontaneità nella disciplina” (Alan W. Watts).
La mentalità di Azuma è quella Zen, che si sente completamente a suo
agio nel mondo dei suoi animali, che fanno parte integrante di quanto
lo circonda. Una mentalità che non produce o non forza nulla ma “fa
crescere” i suoi animali.
Manifesta Azuma la vita del suo piccolo bestiario come è sentita dai
maestri Zen: un mondo a cui egli pure appartiene ma non domina perché
sufficiente a se stesso. Sono quindi, i suoi, animali e non animali,
modellati e non modellati (suonare il liuto senza corde) e
il fascino segreto della loro riuscita sta nell’equilibrare la forma
con il vuoto, e soprattutto, nel sapere quando si è detto abbastanza.
Il nostro occhio (occidentale) è colpito immediatamente, osservando
il bestiario di Azuma, da una certa asimmetria o assenza di simmetria
assoluta e da una certa rinuncia a forme geometriche marcate: anche
questa è una lezione Zen.
I suoi animali, in fondo, appaiono al suo occhio tanto più simili
a loro stessi quanto più sono dissimili dalle forme intelligibili
della geometria e dell’architettura: al contrario, da noi in Occidente
si è resa la natura intelligibile in base alle sue simmetrie e regolarità.
Con questa visione degli animali “di per sé”, con questo amore alla
forma, con questo spirito Zen, Azuma ha modellato il suo piccolo,
toccante bestiario. Modellati con lo stesso “gusto Zen” che noi ritroviamo
negli oggetti di uso quotidiano creati dagli artigiani giapponesi.
Col gusto che ritroviamo nelle cose ordinarie, strumentali: suppellettili
da cucina, zuppiere, teiere e tazze comuni, stuoie di pavimenti, canestri,
vasi, giare e bottiglie, tessuti per gli abiti di ogni giorno, e un
centinaio di altri semplici manufatti, dove il buon gusto è unito
alla massima comodità.
Ecco, animali di buon gusto, “comodi” e preziosi, di un così alto
artigianato che diventano opera d’arte. Penso qui alle radici dello
scultore: Kengiro Azuma, nato a Yamagata nel 1926, proviene infatti
da una famiglia di fonditori di bronzo, erede di una lunga tradizione
artigianale, continuata dal fratello. Rimasto presto orfano, visse
col nonno e il padre scultori, frequentando il loro studio, osservandoli
mentre lavoravano, prendendo egli stesso confidenza con la creta e
l’arte di plasmare.
Ecco, un figlio d’arte e di una gloriosa tradizione di artigiani:
penso alla bellezza degli attrezzi agricoli in ferro battuto intravisti
nel suo studio, da tener testa alle più sofisticate sculture moderne.
Infine, l’atteggiamento di Azuma di fronte ai suoi animali è sempre
e poi sempre quello Zen: di “meditazione”, “acquietamento”, “concentrazione”.
Di fronte ai suoi animali “mentali”, pensati, meditati, concisi, Azuma
si pone dunque in modo da trascendere la realtà illusoria delle forme,
appresa secondo la grossolana e accettata esperienza dei sensi per
arrivare con grande purezza e semplicità alla conoscenza della verità
essenziale di essi.
I gatti di Azuma mi fanno ricordare paradossalmente la tigre di
Sengai: “Qualcosa che somiglia ad un gatto”. E la testa, in copertina,
mi suggerisce ancora la 7Oª delle 101 storie zen (1939): La
cosa più preziosa del mondo. Uno studente domandò a Sozan, un
maestro cinese di Zen: “Qual è la cosa più preziosa del mondo?”. Il
maestro disse: “La testa d’un gatto morto”. “E perché la testa di
un gatto morto è la cosa più preziosa del mondo?” insistette lo studente.
Sozan rispose: “Perché nessuno può dirne il prezzo”.
Ed ecco il rospo di Azuma confrontato con la rana sempre
di Sengai: “Se un uomo diventa Buddha/ praticando solo lo za-zen...”.
Dove za-zen significa “seduto in meditazione” e la rana
pare sempre che stia in questa posizione quando la troviamo in giardino.
Anche gli animali di Azuma meditano e ci fanno meditare.
Vanni Scheiwiller
Otranto, 25 agosto 1987
Note biografiche
Kengiro
Azuma è nato nel 1926 a Yamagata, in Giappone.
Dal 1949 frequenta la sezione di scultura dell’Università d’Arte di
Tokyo,
laureandosi nel 1953.
Nei successivi due anni frequenta un corso di Master.
E' assistente della stessa Università fino al 1956.
Nel 1956 ottiene una borsa di studio dal governo italiano e si trasferisce
in Italia.
Dal 1956 frequenta la scuola di Marino Marini all’Accademia di Belle
Arti di Brera a Milano, ove si diploma nel 1960.
Diventa assistente personale di Marino Marini fino al 1979.
Membro del Comitato Scientifico della Fondazione Marino Marini dal
1983 al 2001.
Consigliere della Fondazione Carmela e Antonio Calderara dal 1991,Vacciago.
E docente della Nuova Accademia di Belle Arti di Milano dal 1980 al
1990.
Docente della Sommerakademie, Salzburg dal 1986 al 1990.
E nominato accademico di San Luca a Roma nel 1993.
Riceve la decorazione “Shijuhosho” dall’Imperatore del Giappone a
Tokyo nel 1995.
Il Comune di Gattico gli conferisce la cittadinanza onoraria nel 1995.
Il Comune di Milano gli conferisce la medaglia Ambrogino d’Argento
di benemerenza civica nel 1996.
Nominato professore ospite all’Università d’Arte di Tokyo,1999.
Riceve la decorazione “Kunyonto Kyokujitsusho “dall’Imperatore del
Giappone a Tokyo nel 2001.
Attualmente vive e lavora a Milano.