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Angelo Verga - antologia critica
NELLO PONENTE, presentazione di "Àpeira Màthemata. Geometria fantastica", cartella di serigrafie di Angelo Verga alla Galleria Il Mercante di Milano, 11-24 dicembre 1979.
Il lavoro sulle forme geometriche potrebbe rimandare al "racconto suprematista dei due quadrati in sei costruzioni" che El Lissitskij pubblicò a Berlino nel 1922, dedicandolo a "tutti, tutti i bambini" e che intendeva come uno stimolo per un giuoco attivo e come uno spettacolo.
Ma che cosa resta, oggi, di quelle riposte certezze nella forma geometrica, alle quali ci si abbandonava con tanta ma non preveggente fiducia? E i quadrati di Malevic non erano già stati piuttosto irregolari, tali da trasformarsi impercettibilmente in trapezi? E dunque, continuando negli interrogativi, dopo tante disavventure della forma legata alla ragione, che cosa potrebbe restare, ad Angelo Verga, di quelle certezze e di quella fiducia? Il popolo, come avrebbe voluto Klee, non si è messo affatto a fianco degli artisti e la forma pura della bellezza, quella geometrica cioè, di cui aveva detto Platone, è restata solo come parametro di riferimento, come start-point da cui si va poi verso modi fantastici di costruzione, all'interno di dimensioni complesse, anche per varie sollecitazioni psicologiche, dello spazio fisico e dello spazio mentale.
Quella della bellezza pura si è dimostrata una realtà irraggiungibile, impraticabile è la via della corrispondenza della forma ai percorsi logici dei comportamenti meccanicamente razionali. Ed è nel non poter raggiungere questa realtà, nel dubbio della ragione che annebbia una fiducia che pure si vorrebbe avere, che si manifesta la sincerità dell'arte moderna, in quella dialettica di contrari che, nonostante tutto, la mantiene viva pur nell'estinguersi delle sue funzioni istituzionali. Né Verga, per coerenza con le proprie premesse, per la concettualità stessa che presiede al suo programma di lavoro, avrebbe potuto squadrare e riquadrare secondo i canoni del giuoco fiducioso e spettacolare di El Lisstskij. Ben altri sono i giuochi, ben mutata è la grande scena dello spettacolo del mondo. Perciò il viaggio è all'interno della struttura, con l'occhio attento a scorgerne le possibili irregolarità, a forzarle, anzi, al di fuori dei canoni, a potenziarle secondo accentuazioni psicologiche che, non sopportando lo schema e sovvertendo gli elementi del calcolo, ritrovano una fantasia.
E' difficile, oggi, fare pittura (o ritornare alla pittura). Chi lo fa, rischia ripetizione, o compiacimenti, estasi non più proponibili di illuminazioni, di riquadri di superfici, di tassellature. Verga ne è ben cosciente; direi tuttavia che il problema non lo riguarda. Non si tratta per lui di ritorno, e nulla v'è di compiaciuto; si tratta della continuità di un programma che, come appunto dicevo, aveva già in precedenza molto dubitato delle certezze geometriche e che aveva proiettato questo dubbio su superfici in cui la stessa particolare disponibilità dei segni e la stessa. iterazione delle forme veniva a mettere in crisi il canone. Ed ecco ora l'intervento essenziale, la modificazione impercettibile ma che si avverte evidente via via che la serie procede nell'indagine, nello spostamento di questa o quella linea, nel far nascere all'improvviso un triangolo irregolare, o comunque nel rompere con calcolo la linea retta del lato in un quadrato. Potrei dire che si tratta di neologismi che propongono metamorfosi di significati.
Verga non dice: questo è il dato oggettivo che io ho scoperto; dice: questa è l'immagine di un possibile, una delle immagini dei tanti possibili che io scopro e che metto in evidenza nel tempo di un percorso interiore, di una strada che attraverso con occhio attento, colto per sapienza di tante cose, ma che sa ritrovare reazioni istintive, concordanze psicologiche, perfino motivazioni umorali. E se il problema resta quello di ritrovare non tanto un'innocenza perduta della pittura, ormai non più nemmeno definibile, ma la propria sincerità di fronte alla pittura, Verga assolve benissimo il suo compito. Si fida dei suoi umori, e non solo delle sue sensazioni e dei suoi calcoli; li colloca a fondamento di una nuova "fabula de lineiis et coloribus". Ma non per distacco, per rinuncia. Per sincerità.
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