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Angelo Verga

A COLLOQUIO CON L'ARTISTA ANGELO VERGA
Milano, 1 agosto 1991.

D: Prima di aderire al Gruppo Nucleare, lavorando nello studio di Crippa, fino a che punto sei stato influenzato dalle immagini di Crippa o di altri autori, come Dova e Peverelli?
R: Molto probabilmente, dal punto di vista formale, sono stato anche influenzato dagli artisti che tu mi hai citato. C'erano anche altri fermenti. Per quanto anche altre influenze hanno significato per me: di tipo politico, letterario, filosofico ecc., e naturalmente gli interessi e amori culturali che si hanno a 20 anni.
D: Cosa hanno significato per te Cubismo, Futurismo e le altre avanguardie storiche?
R: Cubismo, Futurismo e le altre avanguardie storiche (il Surrealismo, il Dadaismo) hanno significato per me un esempio di posizione culturale. Sapevo che era una storia di scelte e di lotte.
D: Dove è la componente surrealista del tuo lavoro? (nel titolo, nel segno automatico, nel procedimento...?).
R: La componente surrealista non sta né nel titolo né nel segno automatico ma nella cosa più importante del Surrealismo: lo spazio magico. Nel caso del mio segno, non parlerei di automatismo surrealista, ma di un istinto a cercare anche dietro alla nostra storia, la realtà degli uomini.
D: Esiste dentro di noi una zona insondabile che agisce senza che noi ne sia coscienti?
R: L'inconscio non l'ho inventato io. lo sapevano prima dei Greci (tutta l'Asia). Come tale noi lo sappiamo mentre come istinto ne siamo qualche volta consapevoli.
D: In che modo sei rimasto interessato dalle prime esposizioni a Milano di Klein e Burri e dalla loro proposta di una nuova tematica operativa.
R: Mi ha interessato il lavoro di Klein e di Burri . Non mi ha mai interessato la loro proposta formale.
D: Che significato aveva per voi giovani pubblicare un manifesto? Quali conseguenze hanno portato?
R: Pubblicare un manifesto aveva il significato di sentirsi al mondo. Pensavamo proprio di portare un modo nuovo di pensare. Le conseguenze sono il nulla.
D: Dove risiede realmente la premessa determinante del tuo lavoro? Nel Gruppo del Cenobio o nelle esperienze nucleari?
R: Né l'una, né l'altra. C'era sempre un'inquietudine, un'angoscia, pur di trovare una strada (percorso), (sentiero).
D: La componente informale presente nei tuoi primi lavori è stata, a poco a poco, abbandonata in favore di un gioco fatto di sottili variazioni monocrome. Questo passaggio è dovuto ad una esigenza di maggiore libertà di movimento del segno?
R: Sì. Ma non è tanto il movimento del segno, quanto di una opposizione a questa corrente culturale (l'Informale) per cercare altre strade, altre situazioni, altri significati.
D: Nel tuo lavoro non rientra la casualità o l'intervento esterno. Esiste, comunque, per te un rapporto tra arte e vita?
R: La vita non racchiude un rapporto di uno, due o tre determinato: ha mille sbocchi, e fra questi, anche l'arte.
D: L'arte. è solo lirica o è anche abilità tecnica?
R: L'abilità tecnica porta anche alla lirica ma non raggiunge un equilibrio sintetico: sono due cose che vanno ognuna per conto suo.
D: Si parla di sintesi quando riduci tutto a un sottile segno? Questa sintesi vuole nascondere o frenare qualcosa (aggressività, espressionismo), oppure vuole racchiudere in sé qualcosa?
R: La presunzione della sintesi può essere solo una ipotesi, un tentativo pacificato di raccontare noi stessi.
D: Che ruolo ha il fondo? Che relazione c'è tra segno e fondo o immagine e fondo?
R: Sopra la tela non c'è nient'altro che un teatro: questo può essere commedia, dramma, tragedia. Tutto sta alla nostra sincerità.
D: E' giusto pensare che il tuo spazio è antinaturalistico? E' giusto pensare che scorcio e prospettiva sono completamente esclusi dalle tue rappresentazioni, anche quando l'immagine è geometrica?
R: La prospettiva, tutte le scoperte delle misure, tutta la geometria: sono tutte cose apparentemente razionali. Mi piace pensare di avere lavorato per molti anni per indicare altre direzioni.
D: Nel tuo lavoro acquistano particolare importanza i vuoti. C'è relazione tra i vuoti "senza peso" di Fontana? C'è qualche riferimento alla cultura Zen?
R: Durante il mio cammino ho anche incontrato la cultura Zen, Lucio Fontana,...ecc., ma credo proprio a una sorta di casualità, di istinto e di intuizione.
D: La foga è completamente esclusa. Non esiste libera partecipazione al fatto emotivo: in questo "filtrare il segno", non si rischia di cadere in un compiacimento stilistico?
R: E'. il rischio che si corre perché non abbiamo fatto gli artisti per avere dei riscontri immediati ma per tentare di dire un mondo nuovo, o comunque diverso.
D: E' giusto dire che gli aspetti emotivi vengono "precisati" nel gesto in tal modo filtrato? Oppure, quale inclinazione prendono rispetto ad un gesto urlato e trasmesso in modo diretto con impeto?
R: Non ci sono gesti, ci sono segni, e i segni amano il silenzio.
D: E' presente una componente di memoria?
R: Senz'altro, la memoria è importante perché è la nostra esperienza, perché ognuno ricorda la cultura che ha acquisito.
D: Che ruolo ha l'immaginazione nella tua pittura, anche quando essa sembra farsi più asettica?
R: L'immaginazione è una cosa molto importante, e vorrei tanto che essa fosse anche vista come un fatto fantastico.
D: Quale è la tua posizione rispetto al vecchio concetto di bellezza?
R: Non esiste un vecchio concetto né uno nuovo della bellezza. Gli antichi mi hanno sempre affascinato ma non credo che il concetto di bellezza fosse per loro una cosa eterna. Loro sapevano che tutte le cose sono in movimento. Io sono uno di questi e penso che ci possano essere sovvertimenti.
D: Negli sviluppi più recenti esiste anche uno studio sullo spazio, un rapporto con l'architettura?
R: Spero proprio di trovate un rapporto con l'architettura.
D: In che senso la tua pittura è "una ipotesi" e una "ricerca"?
R: Ho la convinzione che tutta l'arte, la cultura in generale nelle sue "specializzazioni" non sia niente altro nell'ultimo secolo: solo un'ipotesi.
D: Cosa ricerchi attraverso la pittura? Un equilibrio, mondo interiore, mondo esterno, ecc.
R: Una serenità.
D: Nel tuo tipo di lavoro immagino siano indispensabili una certa calma, quiete, equilibrio. Hai smesso di dipingere perché queste cose mancavano. Per quale motivo ti senti agitato davanti ad una tela?
R: Io non ho mai smesso di dipingere. Anche quando non dipingo ho sempre la pittura nella testa. Mi sento agitato perché la tela è la prova, è il vuoto.
D: Per te che esegui come avviene il costituirsi della composizione?
R: La composizione è un fatto di infinite probabili immagini. L'importante è che il lettore della mia opera deve essere coinvolto alla percezione del dubbio.
D: Quali positività concede l'essere pittore, e quali negatività?
R: La gioia di esserlo, per il resto un uomo comune.
D: Che tipo di musica ascolti mentre dipingi? A quale musica le tue opere possono essere avvicinate?
R: Ascolto molta musica classica, il jazz, e mi interessa anche molto la musica folcloristica. Della musica moderna mi interessano Stravinskij, Berg, Hindemith, Schönberg e Satie. Credo che abbiano sottilmente qualche rapporto con le mie opere
D: "Io non sono un uomo di questo mondo, io non appartengo a questa epoca". Come mai questa affermazione? E' molto importante per capire chi sia Angelo Verga?
R: La frase è stata detta in un momento di grande crisi, però a distanza di tanto tempo può servire a capire Angelo Verga.
D: Come intitoleresti una tua nuova antologica?
R: Sentieri.
D: Da quali tipi di successo sei stato toccato?
R: Nessuno; penso di avere la stima di un gruppo e di riuscire a vivere a livello artigianale.
D: Secondo te, a successi mercantili corrispondono sempre notevolissime capacità?
R: Non credo proprio.
D: Che genere di fallimento può vivere il pittore?
R: Se è un pittore autentico, nessuno.
D: Fino a che punto è importante avere un mecenate?
R: E' importante perché bene o male si hanno dei bisogni che servono a fare proseguire l'ipotesi e la ricerca.
D: Tra follia e ragione. dove si colloca l'arte?
R: La follia è una ragione molto affascinante dove può essere depositata l'arte. E' auspicabile che ci sia un campo, a metà strada, in un punto ideale, in cui un giorno l'arte sarà di tutti.

Testo tratto dalla tesi di Elena Busisi "Itinerari e soglie tra futuro e nostalgia"
Accademia di Belle Arti Brera - Milano - Anno Accademico 1990-1991
Corso di pittura - Relatore Chiar.mo Prof. G. M. Accame


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