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Angelo Verga - biografia
Angelo Verga nasce a Milano il 1 settembre 1933. All'età
di sedici anni decide di lavorare "a bottega" dal pittore Giuseppe Motti. Frequenta
i corsi serali di nudo all'Accademia di Belle Arti di Brera dai maestri Salvadori
e M. Marini. In seguito opera in vari ambienti pubblici con il decoratore Angelo
Airoldi, e presso lo studio di R.Crippa.
Nei primi anni del suo operare artistico, gli spostamenti a Parigi per vedere
e rivedere le opere d'arte sono annuali, ha modo di entrare in contatto con
i grandi artefici del Surrealismo come Breton, Tzara, Farfa. I suoi lavori vengono
esposti per la prima volta a Soncino, alla IV Fiera Mercato nel 1956. Seguono
poi altre esperienze che lo portano ad aderire al Gruppo
Nucleare ed a pubblicare manifesti
a fianco di Sordini e Manzoni. Nel maggio '57 è presentato da L.
Fontana in una mostra alla Galleria Pater (con Manzoni e Sordini).
I suoi lavori sono impasti materici che lasciano intravedere strani insetti
kafkiani di chiara matrice surrealista, risolti a macchie, intrichi di segni,
aculei, molto vicini olle immagini di Peverelli e Crippa. In questa occasione,
criticata da. Kaisserlian per l'incoerenza
stilistica di tutti e tre i giovani artisti esordienti, e per la futilità
delle dichiarazioni contenute nei manifesti, Verga si rivela, anche agli occhi
dello stesso critico, come il più maturo dei tre per "certi suoi grovigli
che assumono talvolta la forma di fiori strani, intensi e pieni di fantasia".
Lo stesso Kaisserlian, un anno dopo, descrive le sue composizioni "cariche di
materie elaboratissime e di segni allusivi, che attirano per il contrasto quasi
musicale che egli sa imbastire tra un fondo scuro e le forme che emergono in
primo piano. L'impianto compositivo rivela una sicurezza espressiva che è
frutto di un lavoro ostinato". Lavori sempre materici, testimoniano una fase
di passaggio da una situazione quasi naturalistica ad una di maggiore attenzione
al segno: sopra una base di colore uniforme, una seconda stesura assai più
pastosa, ricopre la superficie a volte solo in parte, e risulta percorsa da
segni scavati nel colore. Sono tele "prevalentemente dense di impasti neri,
irrequieti grumi e rugosità" dove "il segno si precisa come solco gestuale;
ma non si tratta di emotività che si affida all'automatismo; a costruire
la condizione operativa di Verga troviamo quasi costantemente un dissidio tra
istintualità e lucida riflessione critica ed autocritica. Verga s i impone
all'attenzione del pubblico anche in merito all'esposizione del premio S. Fedele
del 1958, al quale partecipa con "Storia di un fiume", una composizione risolta
su fondo grigio mosso da segni sensibili, indicata da Kaisserlian tra quelle
di maggior impegno.
Nel 1962 aderisce al gruppo del Cenobio. Nelle
opere di questo periodo il segno si tramuta in fitte presenze pulsanti, la grafia
leggera, dinamica, perennemente in mutazione; sono tratti, piccole forme sottili,
"sono composizioni che fanno, vivere il segno come fermento in uno spazio e
.fanno sentire la presenza di questo spazio con un cromatismo incombente". "Lo
spazio a cui si rivolge è interiore attivato da nuclei grafici... assiepati
sistemi di tratti verticali, di nodi, di accenti, punti e macchie, frammenti
di partenze figurali e lessicali, disposti su più linee ideali, ma anche
precipitati liberamente, a rendere più viva e pullulante la disseminazione...
siamo in presenza di una discorsività grafica estremamente varia e analitica,
ambiguamente oscillante tra scrittura di immagini, che individua il processo
temporale di un'esplorazione interna". "Verga imposta il suo discorso grafico
secondo un vitalismo fermentativo e dinamico del segno, facendolo vibrare in
una festosa intensità cromatica, sollecitando, con allusioni felici la
partecipazione diretta dell'osservatore". Opere di questo periodo sono: "Portompo",
"Piano per la battaglia di Abal contro i mirtilli", "Magazzino delle rose",
"Piano per la diffusione del morbillo", "Macchina per strappare i denti alle
carote", titoli di provenienza surrealista e patafisica, pregni di valori allusivi.
A poco a poco la fitta gestualità segnica si placa, il suo linguaggio
si imposta su un'estrema essenzialità e povertà di elementi compositivi:
stesure di colore e pochi segni; a questa "austerità" si oppone, ha osservato
Nello Ponente, una vivacità ed una ricchezza di rapporti tra segno e
segno, tra segno e zona di colore, tra forma e colore. "La composizione acquista
maggior respiro; le superfici sono pulite, bianche, o di poche larghe stesure,
rotte da un segno, emotivo", il quale a metà del suo percorso si annoda
"come per una repentina ed imprevista scarica nervosa, per poi scorrere via
per un tratto pari al primo segmento". In questo caso "la traccia o le tracce
correnti da sinistra verso destra, e quasi sempre in senso leggermente ascendente,
possono considerarsi la traduzione diretta di un evento di durata attimale,
ma di intensa carica emotiva".
Sono di questo periodo tempere e lavori ad olio intitolati "Ciclotimia", "Sequenze".
La geometria interviene "come riferimento di insieme"; è una geometria
sottesa, atta a riordinare i campi rettangolari o le sequenze delle scritture,
oppure, quando è maggiormente evidente, è tracciata a mano libera
e risolta a larghe pennellate con contorni non regolarmente squadrati. Il colore
di queste sue pagine è di una "luminosità depurata, ma sempre
vibrante, a rendere più trepida l'emozione". "I colori smorti ed avvampanti
insieme,...ricordano gli affreschi lombardi del 400, i rossi-mattone, i verdi-prato
che ci rinviano ad un sogno di pittura amorosa e cortese".
Nello Ponente ritiene che i segni di Verga "i contrappunti di zone, nascono
dal dubbio e dall'esperienza, anche contraddittoria, dei comportamenti e dei
desideri. Ne esemplificano i nervosismi ...e non la stabilità presuntuosa
che è assente, ripudiata, inutile. Ed il colore a volte, illuminato da
questa dubitosa esperienza acquista la vivacità di una localizzazione
inventata di nuovo, natura più della natura, recuperando senza paura
una non tonale intensità lirica".
Dal 1967 Verga rivolge la sua attenzione su figure geometriche quali il quadrato,
il triangolo, il cerchio. La sua ricerca sul ritmo e sullo spazio giunge ora
ad estreme semplificazioni, proponendo uno spazio ragionato e misurato. Queste
sue pitture sono tutte variazioni su un unico tema: quello di una o più
immagini cromatiche distinte. non più organiche ma ricondotte a figure
della geometria: quadrati. dischi. abbinati. sovrapposti e attraversati da un
segno libero che molto spesso è una .semplice linea che a metà
percorso si annoda con particolare forza gestuale. per poi riprendere il proprio
cammino lineare. Il gesto libero e dinamico. in violenta colorazione, vale da
contrasto alla staticità delle forme geometri- che, nel tentativo di
costituire una relazione tra le due componenti. "E' ancora in modo nuovo l'incontro
della chiusa essenzialità sospesa con il divenire esistenziale, imprevedibile:
... e il predominio del bianco o, a volte, addirittura dell'acromo, la risonanza
dei richiami spaziali, il respiro largo, quasi di nuova pittura murale, la ricerca
di assoluto, senza annullare il relativo dell'imprevisto danno alle composizioni
chiari accenti di nuova poesia". La tela non è più intesa come
"tavola della memoria"; tuttavia il bianco è ancora presente in grande
varietà di toni.
"Il bianco fa parte dell'esaltazione di Verga; che è lucida e contemplativa
insieme, che tende a smorzare i sensi. Grandi figure geometriche che si sovrappongono
e determinano una stasi, un silenzio. La vibrazione è tutta nella luce
che a misure minime trapassa da un limite all'altro. Il filo rosso che attraversa
questi quadri, esalta quel silenzio. Ci sono effetti notevoli di calma, di ordine,
di nettezza. Semmai c'è il rischio di rendere asettica anche l'immaginazione".
Sono di questo periodo: "Composizione n.l"; "Composizione n.2"; "Composizione
n.3";... La "Composizione n.7", per esempio, una delle più complesse,
consiste di due quadrati uguali, accostati in simmetria su fondo rosso, e uniti
a loro volta dalla sovrapposizione di un disco più chiaro. La "Composizione
n.3" è un rettangolo quasi bianco, su fondo grigio chiaro, attraversato
dal solito segno. Tali immagini non sono però così ferme, immobili,
ma presentano dei piccoli "difetti" come gli spigoli arrotondati, e lati incompleti
aperti. "Così risultano colmate da imprevedibili allusioni e, per qualche
istante, è possibile la fantasticheria di una molteplice luna che viene
a contrapporsi o a congiungersi alla sfera solare".
Il dialogo tra geometria e segno è preceduto da numerosi studi rimasti
fino ad ora "segreti" eseguiti tra il 1964 e il 1966. Da questo rapporto tra
una geometria costantemente reinventata e contestata si articola il lavoro delle
"tensioni" e "incastri" del 1968-1970. "Verga
modifica il concetto di tempo e di spazio che da entità puramente soggettive
e interiori (il tempo e lo spazio dell'emanazione e della scrittura), si convertono
progressivamente quasi attraverso un processo di estroflessione in entità
oggettive, anche se estranee totalmente alla sfera dell'esperienza materiale".
Verso la fine degli anni '60, ma lo sviluppo maggiore si avrà intorno
agli anni '70 e '80, l'interesse dell'artista si appunta sull'uso di
un tipo di geometria "sui generis", del tutto personale ma che, ancor meglio
della fase precedente, emblematizza la sua personalità, è una
continua constatazione della illimitata e imperfetta situazione, perennemente
in bilico, dell'intera esistenza. "Partendo come ipotesi critica, dall'intendimento
metaforico del discorso artistico, Verga realizza l'esatta situazione "in essere"
di un mondo posto in situazione transitoria quale è quella che stiamo
vivendo. Ormai sempre più le figure hanno il sopravvento; il suo personalissimo
linguaggio si compone di quadrati triangoli e cerchi resi con pochi tratti,
e "pare impossibile che mezzi di comunicazione tanto semplici, scarsi e così
poveri di variazioni riescano talvolta a trasmettere qualcosa. Il segno,
preciso, silenzioso, pulito, descrive con minime sbavature queste geometrie
bizzarre che si muovono, che cedono, che mancano di un lato, sembrano saltare
o cadere; atte ad evidenziare l'impossibile perfezione anche nella perfezione
per eccellenza come la geometria; "la linea non si congiunge, oppure è
abbondante e si soffietta" morbidamente, oppure un tratteggio di colore spezza
l'incantesimo del bianco perfetto: impercettibili imperfezioni, parlanti su
bianchi gramosi, che si impongono come substrato interiore". Le immagini sono
chiamate "Quadrato stanco", "Triangolo matto", "questi titoli non hanno nulla
di beffardo, non traducono un "caso personale", non hanno i limiti di una polemica
anticoncretista, del resto inutile e superata. Contrassegnano la cronaca ironico-fantastica
di una geometria oppressa dal quotidiano, stanca...". "Quasi che la limpida
certezza euclidea non ce la facesse più a sostenere il tutto concluso
". Vi è quindi un "palese intento dissacratorio, quasi a sottolineare
da un lato la difficoltà di sviscerare il proprio intimo, dall'altro
l'inanità dell'illusione razionalistica".
Poi il suo interesse si sofferma sulla figura del cerchio, nel quale "l'ultimo
commensurabile momento di curvatura, sigillo della perfezione, vola via in un
attacco di incontenibile aspirazione alla libertà": è il momento
delle "Meridiane", che si impongono silenziosamente sul bianco della tela, diventando
altro, conservando segni, frammenti, di numeri, di immagini cabalistiche, simboli
antichi, "schegge provenienti da latitudini profonde".
Guardando l'intero suo percorso artistico, si può notare come, la suddivisione
geometrica della superficie della tela, in modo più o meno calcolato,
sia sempre stata fondamentale per l'artista. Vedasi a proposito l'impianto strutturale
a croce delle opere materiche del 1957, o l'indicazione di rettangoli nel rettangolo
del foglio, entro il quale pulsano i frammenti di segni che compongono le "Lettere
d'amore", fino ad arrivare a questa geometria costruita a riga e squadra, fino
a che non si stanca, ed allora il canone viene messo in crisi. Le impercettibili
modificazioni si avvertono osservando a lungo il lavoro, e a distanza, allorché
scatta a livello percettivo il contrappunto tra il tratto verde o giallo acquerellato
dell'angolo, e l'impacciarsi della linea del lato opposto, o il suo gonfiarsi;
lo spostamento del tratto che fa si che la forma sia irregolare ,e spostata
rispetto al centro. "Lavorare sulla geometria, significa per lui appropriarsi
di un sommario di referenti linguistici che, con leggeri spostamenti o interventi
sui canoni, consentono di raggiungere immagini fortemente significanti in senso
fantastico. di affermare il potere individuale della creatività anche
della presenza morale dello spazio specifico e mentale".
Zen e cultura orientale
Verga non pone meta nel suo lavoro. Il suo lavoro è una continua "ipotesi"
e "ricerca.": Nella sua pittura e nel suo fare artistico si colgono echi della
cultura orientale Zen mediati da una mente occidentale. Nelle "Composizioni"
il segno, dopo essersi annodato con scatto quasi automatico e intuitivo, riprende
un percorso lineare che riflette razionalità. Tale segno rappresenta
l'operazione finale, risultato di ore ed ore, a volte giorni, di lavoro e meditazione.
Verga costruisce, distrugge, ricostruisce la composizione centrale accostando
tra loro figure falsamente geometriche {nel senso che contengono sempre una
imperfezione). Una volta portato a questo stadio, il lavoro si ferma e l'artista
aspetta il momento giusto, la carica vitale per scattare con una linea che attraversa
e passa sopra l'immagine già finita. Due tipologie vitali si trovano
a convivere: "la razionalità costrittiva dell'Ego è contrapposta
alla libertà istintiva dell'Es". Tale procedimento si ritrova nella cultura
Zen. Noi solo davanti alle opere possiamo effettivamente captare la tensione
e i significati dei quali è pregno. "L'apparente semplicità della
sua pittura", spiega R. Apicella "è
nel suo substrato segreto, il ponte che l'Occidente europeo propone all'Oriente
metafisico è la riscoperta del segno puro, della linea assoluta nei quali
il misticismo contemplativo dello Zen disegna il suo simbolo di eternità,
.il trascendente colloquio con lo spazio illimitato dell'estasi. La pittura
"segnica" di Verga diviene simbolo di questo dialogo, in parte volonteroso,
in parte incomunicabile, di uomini e di proposizioni ideologiche... all'uomo
occidentale non è possibile il naufragio nello spazio sterminato, ma
affiora sempre il ripensamento di se medesimo, il peso della sua carne, l'antinomia
della tradizione plotiniana e paolina.
La ricerca di assoluto di Angelo Verga oltre che vicina alla cultura Zen, richiama
per certi versi e per certa ironia Paul Klee, il quale per primo tentò
di travalicare i confini tra esperienza estetica occidentale e orientale.
Testo tratto dalla tesi di Elena Busisi
"Itinerari e soglie tra futuro e nostalgia"
Accademia di Belle Arti Brera - Milano - Anno Accademico 1990-1991
Corso di pittura - Relatore Chiar.mo Prof. G. M. Accame
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