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Angelo Verga - antologia critica

ROSSANA APICELLA: testo di presentazione della mostra di Angelo Verga alla Galleria Zen di Brescia, 22 marzo-3 aprile 1966, e del catalogo della mostra "A. Ferrari, A. Verga, A. Vermi" alla Rotonda della Besana di Milano, luglio-agosto 1975.

L'esperienza pittorica di Angelo Verga si presenta, anche al pubblico più raffinato ed esperto, come l'espressione di una complessità interiore, come una torturante indagine di ritmi e di linguaggi. L'apparente semplicità della pittura di Verga è, nel suo substrato segreto, il ponte che l'Occidente europeo propone all'Oriente metafisico, è la riscoperta del segno puro, della linea assoluta, nei quali il misticismo contemplativo dello Zen disegna il suo simbolo di eternità, il trascendente colloquio con lo spazio illimitato dell'estasi.
Ma, raggiungendo l'Occidente questo approdo ai lidi dell'assoluto non può che divenire coscienza del limite, inquietudine di tempo scandito in spazi terrestri, cristiana frattura di carne e spirito: la pittura "segnica" di Verga diviene simbolo di questo dialogo, in parte volonteroso, in parte incomunicabile, di uomini e di proporzioni ideologiche.
Si veda così come il "segno puro" della pittura di Verga, dopo un'ascesa curvilinea, si aggroviglia in un "nodo" convulso e inquietante, spezzando, contaminando, quasi, la sua assolutezza metafisica nel gruppo della linea aggrovigliata su se medesima, quasi che all'uomo occidentale non fosse possibile (come non è naturalmente possibile!) il naufragio nello spazio sterminato, ma sempre affiori il ripensamento di sé medesimo, il peso della sua carne, l'antonomia della tradizione plotiniana e paolina.
In questo senso, la "pittura segnica" di Angelo Verga non può nascere, in nessun modo, dal "gesto puro", dall'espressione di uno spazio conquistato nel silenzio e nel distacco della ascesi orientale: la pittura di Angelo Verga riconquista la sua linearità, si, dopo l'esperienza del groviglio, ma su base razionalista, non intuitiva, non mistica, ricollegandosi alla logica cartesiana, ad una "humanitas more geometrico demonstrata". Essa è, del tutto, integramente occidentale, laica e problematica, classicamente limpida e religiosamente tormentata e contraddittoria.
Questa natura razionalistica della esperienza di Angelo Verga è più evidente, più pura ed insieme più disperata, dove l'assenza del colore propone quasi in incontro con il linguaggio della op-art, dalla quale tuttavia Verga (ancora occorre insisterlo) si distacca per l'urgere di una segreta presenza filosofica, di una inquietante indagine concettuale.
Il colore introduce, nella già complessa struttura di Angelo Verga, un nuovo elemento problematico; esso è principio di liberazione, è riconquista del "medium" pittorico, è recupero di un favoloso naturalismo, è ritorno ad una tradizione di passionale concretezza.
Si vedano i "fondi" delle ultime opere di Angelo Verga, bellissimi i colori smorti ed avvampanti insieme, che ricordano gli affreschi lombardi del Quattrocento, i rossi-mattone, i verdi-prato che ci rinviano ad un sogno di pittura amorosa e cortese: qui, Angelo Verga è pittore forse meno puro, teorico forse meno acuto, ma lo sentiamo più spontaneo e vibrante, più latino e quotidiano.
Resta, al di là di questa sommaria lettura dei problemi di Angelo Verga, il senso di esserci tutti, almeno parzialmente, riconosciuti nel suo mondo di inquietudine, nelle sue affascinanti contraddizioni.
Perché Angelo Verga è, soprattutto, uomo nel tempo e nel divenire.

Rossana Apicella

 


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